Marta non dormì.
Sveva le raccontò tutto sul tetto della residenza concorrenti, dove i microfoni ambientali venivano coperti dal ronzio delle turbine. Tre anni prima, Miraggio non era ancora un parco di lusso: era un laboratorio sperimentale finanziato da un consorzio chiamato Sorgente Civile. Ufficialmente studiava colture resistenti alla siccità. In segreto, comprava diritti sulle falde sotterranee, manipolava dati ambientali e silenziava chi protestava.
Nilo aveva scoperto che sotto Miraggio esisteva un acquifero enorme, sufficiente a rifornire mezza Roma per anni. Aveva registrato prove, nomi, contratti. Poi era sparito.
“E tu come lo sai?” chiese Marta.
Sveva si morse il labbro. “Perché mio padre era uno degli ingegneri. È morto in un incidente prima di denunciare. Io sono entrata nel talent per trovare il suo archivio. Ma loro mi tengono con un ricatto.”
“Quale?”
Sveva rise senza allegria. “La mia vita intera è sponsorizzata. Basta un montaggio giusto e divento una bugiarda nazionale.”
Marta inserì la chiavetta nel vecchio mixer portatile che aveva nascosto nella valigia. Comparvero cartelle audio, video, mappe. In un file, Nilo parlava con una donna chiamata Daria Voss, direttrice di Miraggio.
“La gente là fuori muore di sete,” diceva Nilo.
La voce di Daria era calma. “La gente muore sempre di qualcosa. Noi vendiamo speranza a chi può permettersela.”
Poi un colpo. Urla. Buio.
Marta tremò, ma non pianse. Non ancora.
L’ultimo file era protetto da password. Indizio: IL NOME DELLA PRIMA CANZONE.
Fame d’acqua non funzionò. Neppure Nilo. Neppure Marta.
All’alba, un annuncio svegliò tutti i concorrenti: prova a sorpresa in diretta. Ognuno avrebbe dovuto confessare davanti alle telecamere il segreto più grande della propria vita. Il pubblico avrebbe votato non il talento, ma “l’autenticità”.
Fuori Frequenza e Battito Primo si fondevano in un unico evento.
Alceo Marin entrò in studio tra applausi registrati. “La verità,” disse, “non è ciò che ricordiamo. È ciò che abbiamo il coraggio di dire quando tutti guardano.”
Marta capì la trappola. Volevano costringerla a esporsi, farla sembrare una sorella disperata che inseguiva fantasmi. Se avesse accusato Miraggio senza prove complete, l’avrebbero distrutta in diretta.
Quando toccò a Rayan, il ragazzo confessò di aver rubato medicine per sua sorella. Il pubblico lo acclamò.
Quando toccò a Sveva, il maxischermo mostrò video privati, chat tagliate, pianti trasformati in capricci. Lei crollò. Alceo le posò una mano sulla spalla.
“Vedi, cara? La verità libera solo chi non ha niente da perdere.”
Marta strinse i pugni.
Poi sul suo monitor arrivò un nuovo vocale.
“Lùmina… la password non è la mia prima canzone. È la tua.”
Marta smise di respirare.
La sua prima canzone. Non l’aveva mai pubblicata. Una filastrocca inventata a otto anni, quando Nilo la accompagnava a scuola durante i razionamenti.
La cantavano battendo le mani sulle grate dei negozi chiusi.
“Piove dentro le tasche.”
Marta digitò: PIOVEDENTROLETASCHE.
Il file si aprì.
Dentro c’era un video. Nilo vivo, più magro, con una cicatrice sul sopracciglio.
“Se state vedendo questo, vuol dire che mia sorella è stata più testarda della paura. Mi tengono nel Livello Zero, sotto il palco principale. Non sono il solo. Hanno usato noi spariti come manodopera invisibile per costruire l’acquifero privato. Domani, durante la finale, firmeranno la vendita dell’acqua a tre stati esteri. Roma resterà a secco.”
Il video terminò con Nilo che alzava la mano. Sul palmo aveva scritto una frase:
NON VINCERE. INTERROMPI.
In quel momento, le luci dello studio si puntarono su Marta.
Alceo sorrise. “Lùmina, qual è la tua verità?”