Il deposito 14 si trovava oltre la cintura ferroviaria, in una zona che Milano fingeva di voler riqualificare da vent’anni. Capannoni vuoti, erba gialla, murales sbiaditi. Sotto, secondo la mappa apparsa in televisione, correva una rete di gallerie costruite decenni prima per deviare acque industriali. Ufficialmente inutilizzabili. Ufficiosamente perfette per nascondere riserve, contrabbando, o cadaveri.
Nora e Sami arrivarono al tramonto su uno scooter elettrico quasi scarico. Avevano evitato chiamate, notiziari, messaggi. Il video dell’interruzione al talent era già ovunque, ma ogni versione raccontava una storia diversa: attacco hacker, trovata pubblicitaria, complotto contro l’assessore, vendetta di una figlia instabile.
Davanti al deposito, un lucchetto nuovo brillava. Sami lo aprì con una forcina e una competenza che Nora decise di non commentare.
Dentro, l’aria puzzava di ferro e alghe. Sulle pareti c’erano vecchi manifesti musicali degli anni Duemila. In fondo, una scala scendeva nel buio.
«Se muoio qui,» sussurrò Sami, «dite a mia madre che almeno stavo facendo networking.»
Nora quasi sorrise. Poi il telefono di Mirta si accese da solo, illuminando i gradini.
Scendendo, sentirono acqua. Non gocce: una massa vasta, trattenuta. Arrivarono a una piattaforma sopra una cisterna sotterranea enorme. Lì sotto, migliaia di metri cubi d’acqua riflettevano le luci d’emergenza. Milano diceva di non averne, e invece dormiva su un lago rubato.
Su un tavolo c’erano registratori, hard disk, fotografie. Nora riconobbe la grafia di Mirta su alcune cartelline.
Una voce disse: «Non toccare nulla.»
Dall’ombra uscì una donna magra, capelli grigi corti, occhi duri.
Nora smise di respirare.
«Mamma?»
Mirta Bellini era viva. Più vecchia, più scavata, ma viva.
Nora fece un passo, poi si fermò. La gioia le arrivò addosso come un’onda, subito seguita da rabbia.
«Tre anni. Tre anni senza una parola vera.»
«Ogni parola vera ti avrebbe uccisa.»
«Comodo.»
Mirta abbassò lo sguardo, ma non abbastanza da sembrare pentita. «Elio non è il capo di tutto. È il volto pulito. OASI NORD controlla l’acqua e compra carriere: politici, artisti, giornalisti. Usavano i talent per reclutare ragazzi con debiti o precedenti. Corrieri inconsapevoli, contratti capestro, ricatti. Yassin ha scoperto una consegna e l’hanno incastrato.»
Sami fece un suono strozzato. «Mio fratello è in galera per questo?»
Mirta annuì. «Ho le prove per liberarlo. Ma se le pubblico male, spariranno come sono sparita io.»
Nora tremava. «E i vocali? Come hai fatto a mandarmeli?»
«Li ho programmati anni fa su una rete radio d’emergenza. Si attivano quando il livello della cisterna scende sotto certe soglie. Qualcuno sta svuotando il deposito. Hanno fretta.»
Un rumore metallico rimbombò nella galleria.
Non erano soli.
Elio comparve in cima alla scala con due uomini armati. Il suo volto non aveva più trucco televisivo né sorriso pubblico.
«Mirta,» disse piano. «Basta.»
Nora si mise davanti alla madre. «Tu sapevi che era viva.»
Elio la guardò con occhi lucidi. «L’ho tenuta viva.»
Mirta rise amaramente. «No. Mi hai tenuta utile.»
Elio fece un passo. «Volevano ucciderti. Io ho negoziato. Ho firmato, sì. Ho mentito, sì. Ma ho impedito che prendessero Nora.»
Nora sentì la prima verità preparata per lei rompersi. Suo padre non era solo mostro. Non era nemmeno innocente. Era qualcosa di peggio: un uomo che aveva scelto il male chiamandolo protezione.
Sami, intanto, aveva notato una consolle collegata alle pompe della cisterna. Sul monitor lampeggiava un conto alla rovescia: 11:59, 11:58.
«Ehm,» disse. «Credo che stiano per svuotare tutto nei canali industriali. Se succede, addio prove. E forse addio quartiere, perché la pressione farà saltare le gallerie.»
Mirta afferrò un hard disk. Elio ordinò agli uomini di fermarla. Nora prese il microfono di un vecchio registratore e lo collegò d’istinto alla linea d’emergenza. Non sapeva se funzionasse. Sapeva solo ascoltare.
Poi Sami iniziò a rappare.
Non per spettacolo. Per coprire i passi, per confondere le voci, per dare tempo a Nora. Le sue rime rimbalzavano nel cemento, parlavano di fratelli rubati e padri venduti, di acqua sotto i piedi e sete nella gola. Nora campionò in diretta i tre colpi metallici dei vocali di Mirta, li trasformò in beat, aprì il canale radio.
La cisterna divenne uno studio. La fuga divenne una canzone. La canzone divenne una confessione.
Elio, credendo di parlare solo a loro, urlò: «Ho firmato perché mi avevano promesso che nessuno si sarebbe fatto male!»
La sua voce uscì dagli altoparlanti d’emergenza di mezza città.