Il caso esplose sui social come benzina su vetro caldo. Ogni trasmissione aveva il suo esperto, ogni esperto la sua teoria. La chiamarono “la contabile col marchio”, anche se nessuno avrebbe dovuto sapere del tatuaggio. Qualcuno pubblicò una foto sfocata del suo collo, scattata in mensa settimane prima. Qualcun altro disse che Nina faceva parte di una setta finanziaria. Un influencer legale, con milioni di follower, annunciò una serie quotidiana: Il verdetto prima del verdetto.
La Vetraria Luminosa, intanto, sospese Nina “per tutela reciproca”. Le tolsero il badge, l’email, perfino l’accesso alla palestra aziendale che non aveva mai usato. Restò sul marciapiede con una scatola di cartone e il laptop personale, mentre la pioggia trasformava Milano in un riflesso sporco.
Marco la raggiunse sotto il portico.
«Venga con me.»
«Così può controllarmi meglio?»
«Così può restare viva.»
Nina avrebbe voluto rifiutare. Invece lo seguì fino a un vecchio archivio notarile in zona Porta Romana, un luogo che odorava di carta, ferro e segreti. Lì Marco le mostrò una cartella sigillata con lo stesso simbolo del suo tatuaggio.
«Mio padre era giudice istruttore. Ventotto anni fa indagò su una rete di società che usavano bambini senza identità per aprire conti, spostare patrimoni, ripulire denaro. I neonati venivano registrati con segni distintivi, non con nomi. Il cerchio interrotto indicava un ramo della rete: quelli destinati a sparire.»
Nina si sedette lentamente. «Sta dicendo che io ero… un conto corrente vivente?»
Marco strinse la mascella. «Sto dicendo che qualcuno ha usato la sua esistenza come chiave. E forse la sta usando ancora.»
«E lei come entra in tutto questo?»
Silenzio.
Fuori, una sirena passò ululando.
«Mio padre morì prima del processo. Incidente d’auto, archivi bruciati, imputati assolti. Mia madre non si riprese mai. Io sono diventato avvocato per riaprire quella porta.»
Nina rise senza allegria. «Che storia commovente. Peccato che lei lavori per l’azienda dove è morto l’uomo che stava coprendo quelle transazioni.»
«Sono entrato in Vetraria Luminosa per trovare prove.»
«E ha trovato me.»
Marco fece un passo verso di lei. «Non era previsto.»
C’era qualcosa nella sua voce che non era difesa né strategia. Era colpa. E forse desiderio. Nina odiò il fatto di notarlo proprio in quel momento.
Il laptop di lei emise un suono. Una mail programmata, inviata da Ettore Sanna un’ora dopo la sua morte. Oggetto: SE NINA FERRI APRE QUESTO FILE, È GIÀ TROPPO TARDI.
Dentro c’era un video. Sanna appariva pallido, sudato.
«Mi hanno ordinato di incastrarti. Il tuo marchio è la firma che manca per sbloccare il fondo Aurora. Ma io non posso più farlo. Il testimone non è chi guarda un delitto. È chi sopravvive abbastanza da raccontare perché è stato commesso.»
Poi Sanna alzava un foglio con un nome scritto a mano.
Marco Vieri.
Nina si voltò verso di lui.
«Spiegamelo. Subito.»