Nina Ferri aveva imparato a non fare rumore. Entrava alla Vetraria Luminosa alle sette e quarantadue, quando i corridoi del trentesimo piano odoravano ancora di caffè bruciato e disinfettante, e lasciava la giacca sulla stessa sedia grigia, sotto una pianta finta che nessuno annaffiava da anni. Era una contabile junior, una di quelle persone che in ufficio esistono solo quando manca una fattura o quando il direttore finanziario ha bisogno di qualcuno su cui alzare la voce.
La mattina in cui tutto iniziò, il bilancio del progetto Aurora non tornava di due centesimi.
Due centesimi: una cifra ridicola. Ma Nina sapeva che le cifre ridicole erano le più bugiarde. Aveva passato abbastanza notti a riconciliare conti per capire quando un errore era un errore e quando era una porta lasciata socchiusa.
Aprì il file criptato, convinta di trovare un refuso. Invece vide una catena di micro-transazioni, spostamenti minuscoli ripetuti migliaia di volte verso una fondazione culturale che, sulla carta, finanziava mostre di vetro artistico a Murano. La fondazione, però, era stata chiusa sei mesi prima.
Nina sentì il sangue rallentare. Fece uno screenshot, poi un altro. Il sistema si bloccò. Sul monitor comparve una finestra nera: ACCESSO REGISTRATO.
Alle sue spalle qualcuno tossì.
«Lavora sempre così presto, signorina Ferri?»
Nina si voltò di scatto. Marco Vieri, il nuovo direttore legale, era sulla soglia con un cappotto scuro ancora addosso e un fascicolo sotto il braccio. Era arrivato da una settimana e già metà dell’ufficio sussurrava su di lui: ex magistrato, consulente in cause impossibili, uomo capace di far tacere un consiglio d’amministrazione con una sola domanda.
Aveva occhi chiari, troppo attenti per essere gentili.
«Controllavo una discrepanza.»
«Di che tipo?»
Nina richiuse il laptop. «Due centesimi.»
Lui non rise. Questo la preoccupò più di tutto.
«Allora deve aver trovato qualcosa di molto costoso.»
Prima che potesse rispondere, dal piano superiore arrivò un tonfo secco, come un mobile rovesciato. Poi un grido spezzato. Marco fu il primo a correre. Nina lo seguì senza pensare, stringendo il laptop al petto.
Nel salone delle riunioni, tra le pareti di vetro affacciate su Milano, c’era il direttore finanziario Ettore Sanna a terra, la camicia aperta sul collo, gli occhi fissi verso il soffitto. Accanto alla sua mano, una penna stilografica perdeva inchiostro blu sul parquet.
Sulla parete trasparente, tracciato con quello stesso inchiostro, c’era un simbolo: un cerchio interrotto da una linea verticale.
Nina lo conosceva.
Era lo stesso segno che aveva tatuato, piccolo e quasi invisibile, dietro il suo orecchio sinistro.