Alla Novalux, agenzia milanese famosa per trasformare scandali in campagne eleganti, nessuno guardava mai il piano contabilità. Era un corridoio stretto, senza piante, senza poster motivazionali, dove le stampanti sospiravano come animali vecchi. Lì lavorava Elena Riva, trentadue anni, giacche grigie, capelli sempre raccolti e un talento speciale: notare le cifre che non volevano essere viste.
Il lunedì mattina, mentre l'azienda festeggiava l'acquisizione del cliente più importante dell'anno, la Fondazione Auriga, Elena trovò una fattura impossibile: due centesimi in più su ogni micro-transazione di una campagna benefica. Due centesimi: abbastanza poco da sembrare un errore, abbastanza tanto da diventare milioni se moltiplicato per donazioni, click e abbonamenti.
Stava per segnalarlo quando ricevette un messaggio da Marta, l'assistente legale del quarto piano: “Se mi succede qualcosa, cerca il marchio nero.”
Elena lo lesse due volte. Poi le luci dell'open space tremolarono. Dal corridoio arrivò un grido soffocato, subito coperto dagli applausi della sala riunioni, dove il nuovo direttore creativo, Luca Ferri, stava presentando una campagna intitolata “La trasparenza è fiducia”.
Elena corse verso l'ascensore. Le porte si aprirono da sole. Dentro c'era la borsa di Marta, aperta, con il rossetto rotolato sul pavimento e un badge spezzato. Di Marta nessuna traccia.
Quando Elena raccolse il badge, vide sul retro un simbolo disegnato con pennarello nero: un cerchio attraversato da una linea verticale. Lo stesso simbolo che, cinque anni prima, era stato inciso sulla pelle di sua sorella Chiara dopo una notte mai chiarita, una notte di cui la famiglia Riva non parlava più.
Elena lasciò cadere il badge. In quel momento alle sue spalle una voce disse: “Non toccarlo. Da adesso potrebbero accusare te.”
Era Luca Ferri. Non sorrideva più.