La morte di Lidia trasformò l’indagine interna in una guerra. La polizia sequestrò computer, campioni, telefoni. I giornali parlarono di suicidio, poi di incidente, poi di “mistero nella multinazionale dei colori”. VetraNova rispose con comunicati impeccabili. Clara venne convocata dal consiglio e invitata, con cortesia chirurgica, a interrompere il suo incarico.
Lei rifiutò.
«Non avete assunto una decorazione etica,» disse davanti a dodici dirigenti e a una parete di vetro che rifletteva la sua cicatrice. «Avete assunto qualcuno che sa leggere le crepe.»
Il presidente, Ettore Valenti, uomo famoso per donare biblioteche e licenziare reparti, la fissò come si fissa una macchia sul marmo.
«Stia attenta, dottoressa Rinaldi. Le crepe, a volte, inghiottono.»
Quella notte Clara trovò Matteo sotto casa sua, bagnato dalla pioggia e senza ombrello. Aveva con sé una chiavetta USB.
«Non posso più tenerla,» disse.
«È una confessione?»
«È una condanna, se la apri nel modo sbagliato.»
Dentro c’erano registrazioni audio delle riunioni riservate: voci alterate, nomi in codice, decisioni prese per “contenere reputazionalmente” il danno. Ma la parte più importante era un file video. Mostrava Lidia, due giorni prima di morire, mentre parlava in una stanza buia.
“Se mi succede qualcosa, cercate la ragazza con il casco giallo. Lei ha visto il camion entrare la notte dell’incendio.”
«Quale incendio?» chiese Clara.
Matteo esitò. «Il laboratorio della startup. Quello in cui è morto il fondatore, Davide Neri.»
La ragazza con il casco giallo si chiamava Mina, aveva diciannove anni e consegnava cibo di notte. Clara e Matteo la trovarono in un ostello vicino alla stazione, pronta a partire per la Spagna con documenti falsi.
«Non voglio finire come la signora delle pulizie,» disse Mina.
Clara appoggiò sul tavolo la monetina annerita di Lidia. «Lei non voleva che tu scappassi. Voleva che tu vivessi abbastanza per parlare.»
Mina raccontò: la notte dell’incendio aveva visto un furgone di VetraNova uscire dal laboratorio. Alla guida non c’era Matteo, né Tommaso. C’era il presidente Valenti. Con lui, una donna elegante dal viso coperto da un cappuccio.
«Una donna?» ripeté Matteo.
Mina annuì. «Aveva un segno qui.» Si toccò la clavicola. «Come una piccola stella tatuata.»
Clara gelò.
Sua madre aveva una stella tatuata sulla clavicola. Era morta otto anni prima, ufficialmente per un aneurisma, dopo aver lavorato come consulente chimica per diverse aziende.
Quella notte, Clara rovistò in vecchi scatoloni che non apriva da anni. Trovò un quaderno di laboratorio di sua madre, pagine fitte di formule e annotazioni. Nell’ultima pagina una frase: “Il pigmento reagisce alla melanina e al calore. Non deve essere commercializzato. Valenti insiste. Ho paura.”
Sotto, una sigla: C.R.
Clara Rinaldi.
Non era un riferimento a lei. Era il nome originale del composto: Cromia Reattiva.
Il colore che non esisteva portava le sue iniziali.