Elia la portò in un appartamento vuoto sui Navigli, intestato a una società estera che, naturalmente, non esisteva più. Nora restò in piedi vicino alla finestra, con la chiave magnetica nascosta nella fodera della borsa.
“Chi mi vuole morta?” chiese.
Elia aprì un armadietto e ne tirò fuori un fascicolo spesso. “Non morta. Spaventata. Almeno per ora.”
“Che sollievo.”
“Il Timbro Blu è un sistema di acquisti fittizi usato per pagare giudici, consulenti, giornalisti e testimoni. Non solo da Vetria&Co. La fondazione è il cassetto pulito dove si nasconde il denaro sporco.”
“E lei perché lo sa?”
Elia non rispose subito. Versò due bicchieri d’acqua, ma non bevve. “Marta Sireni era mia sorella.”
Nora sentì la rabbia inciampare. “Nel suo fascicolo aziendale non risulta.”
“Avevamo cognomi diversi. Lei prese quello di nostra madre. Io quello di nostro padre. Quando Marta è morta, ho accettato la promozione che mi offrivano per entrare più a fondo.”
“Quindi ha venduto il suo silenzio.”
“No. Ho comprato tempo.”
“Con che moneta?”
Elia si passò una mano sul viso. Per la prima volta sembrò stanco, quasi umano. “Firmando documenti che oggi potrebbero mandarmi in carcere. Se cado io, loro restano in piedi. Se li accuso, mi dipingono come il regista.”
Nora avrebbe voluto disprezzarlo. Era più facile. Ma negli occhi di Elia c’era una colpa senza scuse, e quella sincerità la destabilizzava più di una bugia.
Gli mostrò la chiave magnetica. “Ada mi ha detto archivio meno due, armadietto ventidue.”
Elia sbiancò. “Ada è ancora viva?”
“Perché non dovrebbe?”
“Perché Marta l’aveva indicata come seconda testimone.”
Andarono all’archivio prima dell’alba, attraversando l’ingresso secondario di un vecchio palazzo della fondazione. Il livello -2 puzzava di carta umida e disinfettante. L’armadietto ventidue conteneva una scatola da scarpe e una vecchia videocamera digitale.
Dentro la scatola c’erano fotografie di incontri riservati, ricevute originali, un elenco di nomi. In fondo, una busta con scritto: “Per la ragazza del segno blu.”
Nora la aprì con le dita che tremavano.
C’era una foto di venticinque anni prima: una bambina in ospedale, il braccio fasciato. Accanto a lei, una giovane volontaria con il cartellino della Fondazione Azzurra. Sul retro: “Nora, se un giorno arriverai qui, perdonami. Ti ho scelta per salvarti, ma forse ti ho condannata.”
Nora barcollò. “Che significa?”
Elia lesse il foglio successivo. “Tua madre ricevette soldi dalla fondazione dopo un incendio domestico. Ma l’incendio non fu domestico. Era collegato a una sperimentazione illegale in una clinica finanziata da Azzurra.”
Il mondo di Nora si deformò. Sua madre le aveva sempre detto che quella cicatrice veniva da un ferro da stiro, da una distrazione, da una giornata sbagliata. Invece era un marchio di qualcosa che qualcuno aveva sepolto.
Nella videocamera trovarono un file. Marta apparve sul piccolo schermo, pallida, seduta in una stanza d’albergo.
“Se state guardando questo video,” diceva, “significa che sono morta o che ho fallito. Il registro dei pagamenti è incompleto senza la chiave biologica. Il Timbro Blu non è solo denaro. È una lista di persone danneggiate dalla clinica sperimentale. Bambini usati, famiglie pagate, documenti falsificati. Nora Bellini è una di loro. Il suo codice apre l’archivio criptato.”
Nora chiuse gli occhi.
Elia le toccò appena la spalla. “Mi dispiace.”
Lei si voltò, pronta a respingerlo, ma la distanza tra loro era già crollata. Si baciarono come due persone che non hanno tempo di promettersi nulla. Un bacio breve, disperato, pieno di paura.
Poi il telefono di Nora squillò.
Sul display comparve il numero di sua madre.
Rispose.
Una voce maschile disse: “Se vuoi rivederla, porta il registro. E vieni senza Rinaldi.”