Quella notte Nora non tornò a casa. Rimase in ufficio con la scusa di finire un controllo trimestrale. Alle due e quindici, il piano quarantuno era illuminato solo dalle luci di emergenza e dal suo monitor. Aveva scoperto che il Timbro Blu non era un progetto, ma un codice. Ogni pagamento coincideva con un’udienza civile, una denuncia ritirata, un articolo mai pubblicato.
A mezzanotte trovò un nome: Marta Sireni.
Ex coordinatrice della Fondazione Azzurra. Morta sei mesi prima cadendo dalla terrazza di un hotel durante un convegno sulla trasparenza finanziaria. Suicidio, secondo la polizia. Incidente, secondo la stampa amica. Silenzio, secondo tutti gli altri.
Ma nel database interno, accanto al suo nome, c’era una nota cancellata male: “Ha visto il registro.”
Nora si alzò per fare una copia su una chiavetta, quando qualcuno spense il server da remoto. Lo schermo diventò nero. Poi sul vetro davanti a lei comparve il riflesso di una figura.
Si voltò di scatto.
Una donna anziana, addetta alle pulizie, era ferma accanto alla porta. Aveva un secchio vuoto e una cicatrice blu vicino al polso, come un piccolo timbro impresso nella pelle.
“Lei non dovrebbe stare qui,” disse Nora.
“Nemmeno tu, signorina.”
La donna si chiamava Ada. Parlava con accento veneto e mani tremanti. Disse di aver lavorato per anni negli uffici della fondazione, invisibile come la polvere sotto i mobili. Disse che Marta Sireni non si era uccisa. Disse che aveva lasciato una prova, ma solo a qualcuno “con il segno giusto”.
“Quale segno?” chiese Nora.
Ada le indicò il braccio.
Nora abbassò lo sguardo. Da bambina si era scottata con un ferro da stiro. La cicatrice, sull’interno del gomito, aveva una forma irregolare, ma sotto la luce fredda dell’ufficio sembrava davvero un piccolo marchio azzurro.
“Marta cercava una ragazza con quel segno,” sussurrò Ada. “Diceva che se fosse arrivata in azienda, allora il cerchio si sarebbe chiuso.”
Nora sentì la pelle gelarsi. “Non conoscevo Marta.”
“Forse lei conosceva te.”
Prima che Nora potesse fare altre domande, l’ascensore emise un suono. Qualcuno stava salendo al piano quarantuno alle due del mattino.
Ada le mise in mano una chiave magnetica. “Archivio -2. Armadietto ventidue. Non fidarti dell’uomo elegante.”
“Rinaldi?”
Ada non rispose. Fuggì verso le scale di servizio.
Le porte dell’ascensore si aprirono. Elia uscì nel corridoio, senza giacca, con il volto tirato.
“Nora, venga via.”
Lei nascose la chiave nel pugno. “Mi ha seguita?”
“Le ho appena salvato la vita.”
Dal lato opposto del piano si udì un colpo secco, poi il vetro di una sala riunioni si frantumò. Elia afferrò Nora per il polso e la trascinò verso le scale.
Lei avrebbe dovuto opporsi. Avrebbe dovuto urlare. Invece, mentre correvano nel buio, sentì la mano di lui stringerla non come un padrone, ma come un uomo terrorizzato all’idea di perderla.
E quella fu la cosa più pericolosa di tutte.