Il Teatro Minore non ospitava spettacoli da anni. Si trovava in una strada laterale dietro Porta Romana, con manifesti sbiaditi e porte sigillate da catene nuove. Nora e Lorenzo entrarono da un accesso di servizio, guidati da un messaggio arrivato su un numero sconosciuto: “Palco tre. Non accendete le luci.”
Dentro, l’aria sapeva di polvere e velluto marcito. Nora camminava avanti, il telefono in mano, Lorenzo dietro di lei. Ogni scricchiolio pareva una confessione.
Dal palco tre, una voce sussurrò: «Tua madre aveva i tuoi stessi occhi.»
Una donna emerse dall’ombra. Aveva i capelli corti, una giacca troppo grande e un segno blu sulla clavicola, identico a quello nella foto di Iris. Ma il suo non era inchiostro. Era una cicatrice.
«Lea Rinaldi», disse Lorenzo.
La donna lo fissò. «Tu eri uno dei buoni. Per questo sei stato inutile.»
Nora fece un passo avanti. «Cosa c’entra mia madre?»
Lea tirò fuori una piccola videocamera, vecchia, scheggiata su un lato. «Tua madre era l’infermiera chiamata quella notte quando Iris cadde. Capì subito che le ferite non combaciavano con una caduta accidentale. Registrò tutto: le voci, le minacce, il nome dell’uomo che aveva spinto Iris.»
«Chi?»
Lea guardò Lorenzo, poi Nora. «Tommaso Ferri. Il fondatore dello studio. All’epoca non era solo un avvocato: gestiva contratti, assicurazioni, coperture. Iris voleva denunciare un sistema di ricatti dentro l’agenzia artistica. Vetra era il volto perfetto da sacrificare: famoso, fragile, già circondato da scandali.»
Il nome Ferri rimbombò nel teatro come un colpo di pistola.
Nora si voltò verso Lorenzo. «Lo sapevi?»
«No», disse lui. Ma la sua voce era troppo bassa.
Lea rise senza gioia. «Sapevi che c’era qualcuno potente. Sapevi che la verità era stata sepolta. Hai smesso di scavare quando ti hanno offerto un ufficio con vista.»
Lorenzo sbiancò. Nora gli vide crollare addosso anni di compromessi, uno dopo l’altro.
Lea consegnò la videocamera a Nora. «Tua madre mi diede una copia. Io scappai. Lei invece tornò per testimoniare. Non arrivò mai in procura.»
Nora non pianse. Il dolore era troppo grande per uscire dagli occhi. Strinse la videocamera come se fosse una mano viva.
Poi si udì un applauso lento dalla platea.
Tommaso Ferri uscì dal buio con due uomini alle spalle. Settant’anni, cappotto nero, sorriso da padre benevolo. «Le vecchie sale hanno un’acustica meravigliosa. Peccato che registrino anche la stupidità.»