In meno di un’ora, Clara passò da revisora stimata a minaccia interna. Il suo badge venne disattivato, la sua casella bloccata, il suo nome pronunciato sottovoce accanto alla macchinetta del caffè. Giulio Vanni la convocò nella sala piccola, quella senza finestre, con due uomini delle risorse umane e un avvocato che non sbatteva mai le palpebre.
Matteo entrò senza essere invitato.
«Non sei parte di questa riunione», disse Giulio.
«Lo divento se state costruendo un licenziamento ritorsivo su una falsificazione informatica.»
Clara lo guardò. «Una falsificazione?»
Matteo posò sul tavolo una stampa. «L’accesso attribuito a Clara al server della Fondazione è avvenuto alle 8:42. A quell’ora era nella sala riunioni con ventitré persone. Le telecamere lo confermano. Qualcuno ha clonato le sue credenziali.»
Giulio sorrise. «O qualcuno l’ha aiutata.»
«Allora denunciamo tutto alla polizia postale», disse Clara.
Nessuno rispose. Quel silenzio fu più chiaro di una confessione.
Clara capì: non volevano un’indagine, volevano un colpevole elegante. Lei era perfetta. Giovane abbastanza da sembrare ambiziosa, competente abbastanza da sembrare pericolosa, sola abbastanza da non fare paura.
Matteo le sfiorò il gomito. «Andiamo.»
«Non ho firmato niente.»
«Appunto.»
Uscirono dall’edificio sotto la pioggia, inseguiti da messaggi, chiamate, notifiche. Matteo la portò in un bar dietro il tribunale, un posto stretto con tavolini di marmo e un proprietario anziano che lo salutò senza domande.
«Qui non ci sono telecamere?» chiese Clara.
«Ce ne sono due, ma registrano su nastro. Il proprietario odia il cloud.»
«Un romantico.»
Matteo quasi sorrise. «Come te.»
«Io non sono romantica. Io controllo le clausole.»
«Le persone che controllano le clausole sono quelle che hanno più paura delle promesse.»
Clara abbassò lo sguardo. Nessuno le parlava così. Con precisione, senza addolcire.
Aprirono di nuovo i file della chiavetta. L’elenco delle transazioni era incompleto, ma un dettaglio saltò fuori: ogni movimento sospetto aveva una causale con una parola comune — restauro, archivio, formazione — seguita da due centesimi in più rispetto alla cifra tonda.
«Due centesimi», disse Clara. «Una firma.»
Matteo annuì. «Un marcatore per riconoscere le operazioni reali da quelle di copertura.»
«La nota blu.»
«Forse.»
Nel file audio, Clara notò un suono di fondo che prima aveva ignorato: tre note musicali, distorte, come un jingle. Matteo irrigidì la mascella.
«Lo conosci?»
«È il segnale acustico dei vecchi ascensori del Palazzo Ferri. La Fondazione Leoni aveva lì un archivio prima dell’incendio.»
«Che incendio?»
«Quello in cui Elena Moreschi perse l’unico testimone disposto a parlare.»
Clara sentì un brivido. «Chi era?»
Matteo prese tempo. Troppo.
«Mio fratello», disse infine. «Luca. Lavorava come tecnico informatico. Aveva trovato i passaggi di denaro. Doveva consegnarmi una copia dei dati. Non è mai arrivato.»
Per un momento il bar sparì. Clara vide solo Matteo, la sua compostezza finalmente incrinata, il dolore tenuto in piedi come un mobile troppo pesante.
«Perché non me l’hai detto?»
«Perché quando una cosa ti riguarda troppo, gli altri smettono di vedere prove e vedono ossessione.»
Clara gli mise una mano sulla sua. «Io vedo prove.»
Fu un gesto piccolo, quasi involontario. Ma Matteo lo guardò come se fosse la prima cosa gentile ricevuta dopo anni.
Il telefono del bar squillò. Il proprietario rispose, ascoltò, poi li fissò.
«È per voi», disse piano. «Una donna.»
Matteo prese la cornetta.
Dall’altra parte una voce femminile sussurrò abbastanza forte perché Clara sentisse: «Se avete la nota blu, stanotte venite al Palazzo Ferri. E non portate la polizia. Il testimone non è morto.»