Clara aspettò il bagno del terzo piano per inserire la chiavetta nel portatile aziendale scollegato dalla rete. Non era prudente. Lo sapeva. Ma la prudenza, pensò, è spesso il nome elegante della paura.
La cartella conteneva tre file: una registrazione audio, un elenco di transazioni e una fotografia.
Nella foto c’era una donna sui quarant’anni, capelli corti, cappotto rosso, un piccolo tatuaggio nero dietro l’orecchio sinistro: una linea spezzata, come una firma interrotta. Clara la riconobbe subito. Era apparsa anni prima sui giornali, sempre di profilo, mentre entrava in tribunale.
Elena Moreschi. Ex direttrice finanziaria della Fondazione Leoni. Condannata per appropriazione indebita, poi sparita dalla scena dopo aver scontato parte della pena. La stampa l’aveva chiamata “la donna del segno”, per quel tatuaggio che compariva in ogni foto rubata.
Clara aprì l’audio.
Una voce femminile, graffiata dalla paura, sussurrava: «Se mi succede qualcosa, cercate la nota blu. Non hanno rubato i soldi. Li hanno trasformati in silenzio.»
Poi un rumore. Un colpo. Fine.
Clara chiuse il file. Nel bagno, l’acqua di un rubinetto gocciolava come un conto alla rovescia.
Quando uscì, Matteo era appoggiato al muro del corridoio.
«Hai usato un dispositivo non autorizzato su un computer aziendale», disse.
«Mi stavi seguendo?»
«Ti stavo impedendo di fare qualcosa di più stupido.»
«Troppo tardi.»
Matteo tese la mano. «Dammi la chiavetta.»
Clara fece un passo indietro. «Perché? Per consegnarla a Vanni?»
Il suo volto cambiò appena. Un lampo, non abbastanza per chiamarlo emozione, abbastanza per sapere che aveva toccato un nervo.
«Giulio Vanni non deve sapere niente», disse Matteo. «E nemmeno il consiglio.»
«Interessante. Il signor Compliance suggerisce di nascondere prove.»
«Suggerisco di restare viva.»
Il corridoio era vuoto, ma Clara sentì improvvisamente l’ufficio come un animale pieno di occhi. Vetrate, badge, telecamere, chat interne, calendari condivisi. Un alveare perfetto per controllare ogni respiro.
«Elena Moreschi era colpevole?» chiese Clara.
Matteo non rispose subito. «Era mia testimone in un’indagine che non è mai arrivata a processo.»
La frase cadde tra loro con un peso imprevisto.
«Tu eri pubblico ministero?»
«Consulente della procura. Molto giovane. Molto convinto. E molto manipolabile.»
Clara avrebbe voluto dire qualcosa di tagliente. Non ci riuscì.
Un suono interruppe il silenzio: il telefono di Matteo. Lesse il messaggio e impallidì.
«Che succede?»
Lui le mostrò lo schermo. Mittente sconosciuto: SE LA RINALDI APRE LA NOTA, PAGHERÀ COME ELENA.
Clara rise, ma la risata uscì male. «Almeno ora so di essere promossa da contabile a bersaglio.»
Matteo le prese il polso, non con forza ma con urgenza. «Da questo momento, non resti mai sola.»
«Non mi dai ordini.»
«No. Ti sto chiedendo di fidarti.»
Clara guardò la sua mano sul polso, poi i suoi occhi. Fu assurdo pensarlo in quel momento, ma le sembrò che Matteo Serra fosse il tipo d’uomo capace di mentire benissimo, tranne quando aveva paura per qualcun altro.
Il suo portatile vibrò sulla scrivania poco distante. Una mail aziendale appena arrivata a tutti i dipendenti: COMUNICAZIONE URGENTE — SOSPETTA VIOLAZIONE DATI. RESPONSABILE IDENTIFICATA: CLARA RINALDI.
Il pavimento sembrò inclinarsi.