Quando Clara Rinaldi arrivò al piano diciassette della VetraNove, il distributore del caffè le sputò nel bicchiere una miscela color ruggine e un messaggio sul display: CREDITO ESAURITO.
«Perfetto», mormorò. «Anche le macchine mi fanno mobbing.»
Era lunedì, Milano tremava sotto una pioggia sottile, e l’open space della società di consulenza più brillante del quadrante nord sembrava già un tribunale: scrivanie ordinate, sorrisi falsi, colpevoli ovunque. Clara lavorava nel reparto revisione contratti, cioè nel luogo dove i sogni delle startup arrivavano pieni di promesse e uscivano con note a piè di pagina abbastanza lunghe da uccidere l’entusiasmo.
Sul vetro della sala riunioni qualcuno aveva scritto con pennarello blu: PRESENTAZIONE ORE 9:00. CLIENTE: FONDAZIONE LEONI.
La Fondazione Leoni gestiva archivi digitali, borse di studio e donazioni culturali. In realtà, secondo Clara, era soprattutto una creatura ricca e nervosa, con troppi avvocati e pochi sorrisi sinceri.
«Rinaldi, sei in ritardo di quattro minuti.»
La voce venne da dietro di lei. Bassa, pulita, irritante.
Clara si voltò e trovò Matteo Serra con una cartellina nera sotto il braccio, la cravatta perfetta e quella calma da uomo che non aveva mai perso un treno, una causa o una discussione. Era il nuovo responsabile compliance, arrivato da due mesi da Roma, e aveva già conquistato metà ufficio con la sua competenza e terrorizzato l’altra metà con la sua memoria fotografica.
«Serra, tu invece sei in anticipo sulla mia pazienza», rispose Clara.
Matteo guardò il bicchiere di caffè annacquato nella sua mano. «Se lo bevi, potresti iniziare a vedere numeri dove non ci sono.»
«È il mio lavoro.»
«Allora ti serve lucidità.» Le porse un bicchiere termico. «Americano senza zucchero. Non è un gesto romantico. È gestione del rischio.»
Clara avrebbe voluto rifiutare. Prese il caffè.
In sala riunioni, il direttore commerciale, Giulio Vanni, parlava con voce vellutata davanti ai rappresentanti della Fondazione. Sullo schermo scorrevano grafici di donazioni, flussi esteri, acquisizioni d’archivio. Clara ascoltava, annotava, e intanto sentiva qualcosa stridere.
Una cifra compariva due volte: 214.000 euro. Una volta come spesa per digitalizzazione. Un’altra come consulenza esterna a una micro-società di Palermo, la BluFaro Srl, costituita da appena sei mesi.
Clara alzò la mano. «Scusate, questa voce è stata riconciliata?»
Giulio le lanciò uno sguardo che sembrava un sorriso congelato. «È una bozza, Clara. Ne parliamo dopo.»
Matteo, seduto di fronte a lei, spostò appena gli occhi sullo schermo. Non disse nulla. Ma scrisse una parola sul suo taccuino: DOPPIO.
Clara la vide. E per la prima volta da quando lo conosceva, non ebbe voglia di contraddirlo.
Alla fine della riunione, mentre tutti si alzavano, Clara trovò una chiavetta USB infilata nella tasca esterna della sua borsa. Era piccola, blu, senza logo. Sopra c’era un adesivo: NON FIDARTI DEL VERDETTO.
Il caffè le diventò freddo in mano.
Dietro il vetro, Matteo Serra la stava guardando.