Il mattino seguente Milano sembrava lavata e innocente. Nora arrivò al tribunale da sola, almeno in apparenza. Adriano aveva rispettato il messaggio, ma le aveva lasciato una microcamera nella spilla del cappotto e una frase nella tasca: “Non essere eroica. Sii viva.”
L’aula quattro non ospitava un grande processo, ma un’udienza tecnica su una causa minore intentata da un ex fornitore contro Helianthus. Era il luogo perfetto per far comparire un testimone senza attirare stampa. Nora si sedette in fondo, il cuore così forte da coprire la voce del giudice.
Quando chiamarono il testimone, entrò un uomo magro, con barba grigia e un cappotto troppo largo. Nora lo riconobbe da una foto di archivio: Vittorio Lanza, ex responsabile dei sistemi informatici, dichiarato irreperibile dopo la morte di Elia.
Lanza giurò, poi guardò verso il fondo dell’aula. Non cercava Nora. Cercava qualcuno dietro di lei.
“Ho copiato il registro NERO-17,” disse con voce tremante. “Contiene le autorizzazioni a sperimentazioni non dichiarate, pagamenti a medici compiacenti e firme contraffatte. Elia Valli lo scoprì. Il giorno prima di morire consegnò una chiave cifrata a una persona che riteneva intoccabile.”
L’avvocato di Helianthus si alzò furioso. Il giudice richiamò l’ordine. Nora smise di respirare.
“A chi?” chiese il magistrato.
Lanza indicò la porta.
Adriano Serra era appena entrato.
Un mormorio attraversò l’aula. Nora si voltò verso di lui, tradita dal panico prima ancora che dalla logica. Adriano non sembrava sorpreso; sembrava distrutto. Fece un passo avanti.
“È vero,” disse. “Elia mi cercò. Io non lo ascoltai in tempo.”
Lanza scoppiò a ridere, una risata rotta. “Non in tempo? Lei consegnò la sua denuncia al consiglio.”
Adriano impallidì. “No.”
“L’hanno saputo da lei.”
Nora sentì il pavimento inclinarsi. Tutto ciò che era nato tra loro, ogni notte di lavoro, ogni esitazione, ogni bacio, diventò una possibile strategia. Si alzò, ma in quel momento un uomo in giacca scura estrasse una pistola tra i banchi.
Lo sparo non colpì Lanza. Colpì il lampadario sopra il banco del giudice. Vetri e urla piovvero sull’aula. Nel caos, qualcuno afferrò Nora per il braccio marchiato e la trascinò verso un’uscita laterale.
Lei reagì d’istinto: colpì con il gomito, si liberò, corse. Dietro di sé udì Adriano gridare il suo nome. Poi un secondo sparo.
Nel corridoio, Lanza la raggiunse zoppicando. Aveva sangue sulla tempia, ma era vivo. Le infilò in mano una chiavetta minuscola nascosta dentro una moneta da due centesimi aperta a metà.
“Il registro non basta,” ansimò. “La verità è nel tuo marchio. Tu sei la paziente zero sopravvissuta.”
“Che cosa significa?”
Lanza guardò oltre le sue spalle e sbiancò. “Significa che tuo fratello non cercava solo assassini. Cercava la tua memoria.”
Una mano col guanto nero gli chiuse la bocca. Nora vide appena l’ago entrare nel collo di Lanza prima che l’uomo crollasse. Davanti a lei, con un badge da dirigente e occhi gelidi, c’era Mara Quinti, la responsabile finanziaria.
“Mi dispiace, Nora,” disse. “Alcuni esperimenti devono restare sepolti.”