Nora avrebbe potuto mentire. In quell’azienda tutti mentivano con professionalità. Invece aprì il palmo e mostrò i due centesimi.
Adriano non li toccò. “Da chi li hai avuti?”
“Dovrei chiederlo a lei.”
“Se fosse una minaccia interna, la procedura impone che tu consegni tutto al reparto sicurezza.”
“E se il reparto sicurezza fosse parte della minaccia?”
Per la prima volta, l’espressione di Adriano si incrinò. La invitò nel suo ufficio, una stanza con pareti di vetro e tende automatiche che si chiusero appena entrati. Da lì si vedeva Milano come una scheda madre luminosa, attraversata da vene di traffico.
Adriano prese dal cassetto una scatola piatta. Dentro c’erano altre monete da due centesimi, tutte bruciate su un lato.
“Le ricevo da tre settimane,” disse. “Sempre con una frase diversa. Sempre dopo una riunione del consiglio.”
Nora sentì la rabbia salirle in gola. “Lei è il direttore legale. Se qualcuno ha coperto la morte di mio fratello, è passato dal suo ufficio.”
Adriano non si difese subito, e quel silenzio fu più convincente di qualsiasi discorso. “Ho firmato una relazione basata su documenti falsi,” disse infine. “Non lo sapevo allora. Lo so adesso.”
“Comodo.”
“Sì. Codardo, anche.”
La parola rimase sospesa. Nora non era pronta a trovarlo colpevole e umano nello stesso tempo.
Nei giorni successivi iniziarono a lavorare in segreto. Di giorno si ignoravano quasi con ostilità; di notte confrontavano file cifrati, fatture duplicate, trasferimenti verso fondazioni inesistenti. Nora scoprì che il farmaco sperimentale non era stato testato solo in laboratorio: c’erano pagamenti a cliniche private, nomi cancellati, cartelle cliniche sparite. Al centro di tutto compariva un codice: NERO-17.
Ogni volta che Nora si avvicinava a una prova, qualcuno la precedeva. Un server veniva svuotato. Un testimone interno chiedeva il trasferimento. Un archivio prendeva fuoco per un guasto elettrico troppo perfetto.
L’unica presenza costante era la voce anonima che lasciava messaggi con due centesimi. Si faceva chiamare “Il Ragioniere”. Diceva di essere stato vicino a Elia. Diceva di aver visto l’ultima riunione. Diceva che una donna con un marchio sul polso avrebbe aperto la porta giusta.
Una sera, mentre la pioggia tagliava i vetri dell’ufficio, Adriano trovò Nora in archivio, seduta a terra tra scatoloni di vecchi contratti. Aveva scoperto che il marchio sul suo polso coincideva con il logo di una clinica chiusa anni prima, dove lei era stata ricoverata da bambina dopo un incendio di cui ricordava solo il fumo.
“Non è solo la storia di tuo fratello,” disse Adriano piano.
Nora rise senza allegria. “No. A quanto pare la mia pelle è un allegato contrattuale.”
Lui si inginocchiò davanti a lei. Non la toccò. Le offrì soltanto il suo fazzoletto, e quella distanza gentile le fece più male di un abbraccio.
“Ti aiuterò,” disse.
“Per rimorso?”
“Anche.”
“E il resto?”
Adriano abbassò lo sguardo sulle sue labbra, poi lo rialzò come un uomo che sceglie una condanna. “Il resto sarebbe imprudente.”
Nora avrebbe dovuto alzarsi. Invece fu lei ad avvicinarsi. Il bacio fu breve, disperato, pieno di cose che nessuno dei due poteva permettersi. Poi il telefono di Nora vibrò.
Un nuovo messaggio: “Domani testimonierò. Aula 4, Tribunale civile. Se Serra viene con te, morirà per primo.”