Quando Nora Bellanti entrò nella torre di vetro della Valtieri & Fane, aveva le scarpe bagnate dalla pioggia e una cartellina di pelle consumata stretta al petto come uno scudo. Non era il tipo di posto in cui una figlia di orafi falliti veniva accolta con naturalezza: il marmo era troppo lucido, le receptionist troppo immobili, l’aria troppo profumata di vaniglia e potere.
Era stata convocata per un colloquio da perita junior nel reparto autenticazione gemme. Un contratto di sei mesi, stipendio mediocre, clausola di riservatezza più lunga del contratto stesso. Ma per Nora significava una cosa sola: pagare le cure di suo padre, che da un anno non riconosceva più i clienti della vecchia bottega, ma riconosceva ancora il suono di un diamante vero quando cadeva sul banco.
Al trentunesimo piano la accolse Ettore Marin, direttore operativo della maison. Non aveva l’aria del rampollo capriccioso che Nora si aspettava. Indossava un completo grigio senza logo, parlava poco, osservava tutto. Aveva un taglio sul sopracciglio sinistro, recente, mal celato dal correttore.
“Lei sa distinguere un diamante naturale da uno cresciuto in laboratorio in meno di trenta secondi?” chiese senza salutarla davvero.
Nora aprì la cartellina, tirò fuori una lente e un piccolo puntatore UV. “Dipende da quanto chi lo ha certificato voleva mentire.”
Per la prima volta, Ettore sorrise.
Il test fu crudele. Le mostrarono pietre miste, certificati alterati, foto di inclusioni false. Nora individuò tre anomalie su cinque e, quando le dissero che era abbastanza, aggiunse: “No, non è abbastanza. La quarta pietra non è falsa, ma è stata sostituita dopo la certificazione. Il numero inciso al laser è troppo pulito.”
Nella sala scese un silenzio pesante. Ettore chiuse il fascicolo e congedò gli altri due dirigenti. Rimasti soli, appoggiò sul tavolo una busta nera.
“Benvenuta alla Valtieri & Fane, signorina Bellanti. Ma prima deve firmare questo.”
Nora lesse la clausola. Se avesse divulgato qualunque informazione interna, avrebbe pagato una penale impossibile. Una cifra che avrebbe sepolto lei, suo padre e la bottega.
“È normale?” domandò.
“Qui niente è normale. È per questo che paghiamo puntualmente.”
Nora firmò. Mentre usciva, vide attraverso una porta socchiusa una stanza privata con un ring da boxe illuminato da neon blu. Sopra le corde, un uomo enorme stava colpendo Ettore allo stomaco. Ettore incassava senza emettere un suono.
Quella sera Nora ricevette una mail aziendale: incarico urgente, inventario delle gemme destinate alla collezione Aurora. Allegato: una foto di un diamante giallo rarissimo.
Sotto, una nota anonima: “Se lo trovi davvero, non dirlo a Marin.”