La memoria tornò a scatti, come un video danneggiato. Nora aveva sedici anni quando suo padre, autista per una società di trasporto valori, fu accusato di aver fatto sparire una valigetta di diamanti industriali. Il processo durò meno di un’estate. Un testimone anonimo lo inchiodò, la stampa lo divorò, e lui morì in carcere due anni dopo, con una lettera mai spedita sotto il cuscino.
Nora ricordava il tribunale, il caldo, sua madre che le stringeva la mano. Non ricordava Edoardo.
«Ero lì per mio zio», confessò lui nel parcheggio sotterraneo, mentre la accompagnava verso un’auto senza logo aziendale. «All’epoca lavorava per la compagnia assicurativa. Io dovevo testimoniare su una consegna, ma mi ritirai prima dell’udienza. Avevo diciannove anni e nessun coraggio.»
«Mio padre è morto anche per il tuo silenzio?»
La domanda lo colpì più di un pugno. Edoardo non si difese subito.
«Forse. Ed è per questo che Clara stava riaprendo tutto. Aveva trovato un legame tra il caso di tuo padre e Aurora-9.»
Nora avrebbe voluto scendere dall’auto, denunciarlo, urlare. Invece rimase, perché la rabbia ha bisogno di un bersaglio, ma la verità ha bisogno di prove.
Le coordinate li portarono al sanatorio svizzero, trasformato di nascosto in un centro dati privato. Lì Clara aveva nascosto un archivio fisico in una vecchia palestra, sotto un ring coperto di polvere. Edoardo vi salì con una smorfia: il polso destro, mai guarito, tremava.
«Tua sorella aveva senso dell’ironia», disse Nora.
«Diceva che ogni famiglia ha un ring su cui finge di non combattere.»
Sotto la tela trovarono una scatola metallica. Dentro: registrazioni, conti criptati, fotografie di diamanti sintetici usati come chiavi ottiche per accedere a fondi illegali, e un video di Clara.
“Se state guardando questo, significa che non posso più testimoniare. Aurora-9 contiene la firma laser del primo furto, quello attribuito a Matteo Valli. Non rubò nulla. Fece da capro espiatorio. Il vero carico fu convertito in capitale nero per fondare la divisione etica della Beltrami & Ardent.”
Nora smise di respirare.
Nel video, Clara pronunciò un nome: Vittorio Ardent, presidente del gruppo e volto filantropico dell’azienda.
Poi si udì un rumore al piano superiore.
Edoardo spense il proiettore. Troppo tardi. Dalle finestre rotte filtrarono torce. Tre uomini entrarono nella palestra. Uno portava lo stesso cappuccio dell’intrusione in laboratorio.
«Prendi la scatola», sussurrò Edoardo.
«E tu?»
Lui si fasciò il polso con il nastro trovato a bordo ring. Per un istante non fu più un dirigente, ma un combattente rovinato che conosceva il prezzo di ogni colpo.
«Io pago un debito vecchio.»