Quando Nora Valli entrò per la prima volta nel quarantaquattresimo piano della Torre Celeste, Milano sembrava una scacchiera di vetro sotto i suoi piedi. La sede europea della Beltrami & Ardent, colosso dei gioielli etici, non aveva corridoi: solo pareti trasparenti, scrivanie immacolate e sorrisi addestrati a non promettere nulla.
Nora era stata assunta come gemmologa junior dopo tre anni in un laboratorio universitario dove le pietre preziose si studiavano come pianeti morti: con pazienza, luce e silenzio. Lì invece ogni diamante aveva un comunicato stampa, un prezzo e un peccato da nascondere.
Il suo primo incarico arrivò in una sala senza finestre. Sul tavolo, una pietra blu-grigia grande quanto una mandorla riposava dentro una capsula di titanio.
«La chiamano Aurora-9», disse Edoardo Rinaldi, direttore operativo, senza guardarla. «È il cuore della nuova collezione. Diamante da laboratorio, tracciabilità perfetta, zero sangue, zero miniere. Voglio una certificazione indipendente entro venerdì.»
Edoardo aveva la reputazione di un uomo impossibile: ex promessa del pugilato, carriera finita per un infortunio al polso, poi laurea notturna in economia e scalata feroce nell’industria del lusso. Alto, elegante, occhi scuri da sentenza. In azienda lo chiamavano “il Guanto di Velluto”, perché colpiva sempre senza lasciare lividi visibili.
Nora lo odiò subito. O almeno decise che sarebbe stato prudente odiarlo.
«Se la tracciabilità è perfetta, perché serve una verifica urgente?» chiese.
Edoardo sollevò finalmente lo sguardo. «Perché la perfezione è il modo migliore di mentire.»
La frase rimase nella stanza come una crepa nel vetro. Nora prese la capsula, firmò tre clausole di riservatezza e ricevette un badge rosso: accesso al laboratorio sotterraneo, agli archivi doganali e a una cartella cifrata chiamata PROGETTO ALBA.
Quella sera, mentre analizzava le inclusioni della pietra, notò qualcosa che non doveva esserci: una microincisione laser sul padiglione inferiore, invisibile a occhio nudo. Non era un numero di serie. Era una coordinata geografica.
Quando la digitò nel sistema, comparve un luogo in Svizzera, vicino a un vecchio sanatorio abbandonato.
Poi il computer si spense da solo.
Alle sue spalle, nel riflesso nero del monitor, Nora vide una figura ferma sulla soglia del laboratorio.
Non era Edoardo.
Era un uomo con il cappuccio, il volto coperto, e in mano teneva il badge di accesso di lei.