La donna si chiamava Yara Conti. Marta lo scoprì la mattina seguente, violando tre protocolli aziendali e una password di Orlando Valli che era scandalosamente il nome del suo cane. Yara era stata infermiera al palazzetto la notte dell’incontro tra Elia e Nico. Secondo gli atti, era morta in un incidente stradale due settimane dopo aver ritirato la sua deposizione.
“Una morta che guida una berlina elettrica,” mormorò Marta. “Milano sta davvero cambiando.”
Elia non sorrise. Avevano trovato rifugio nello scantinato della palestra dove lui si allenava da ragazzino, ora gestita da una signora minuta, Assunta, che fumava alla finestra e chiamava tutti “tesoro” prima di insultarli.
“Yara aveva visto Valli entrare negli spogliatoi,” disse Elia. “Doveva dirlo al giudice. Poi sparì.”
Marta appoggiò il portatile su un sacco da boxe. “Il file che ho ricevuto collega Valli a un deposito. Se troviamo lì le pietre non dichiarate, abbiamo qualcosa. Ma serve una voce interna, qualcuno che spieghi il sistema.”
“Yara.”
La rintracciarono grazie a un pagamento ricorrente di due centesimi verso un’associazione inesistente. Era un segnale, un filo sottile lasciato apposta per chi sapesse guardare. L’indirizzo portava a un cinema chiuso in zona Corvetto, dove lo schermo bucato pendeva come una vela morta.
Yara li aspettava in platea. Il cappuccio rosso era appoggiato sulle ginocchia.
“Finalmente la contabile,” disse a Marta. “Pensavo ci mettessi meno.”
Marta fece un passo indietro. “Sei tu che mi hai mandato il file.”
“Sì. A lui non potevo. Elia vede un colpevole in ogni specchio.”
Elia serrò la mascella. “Perché non hai testimoniato?”
Yara abbassò gli occhi. “Perché Valli prese mio fratello. Mi mostrò un video: lui legato in un magazzino. Disse che se parlavo, sarebbe morto. Poi inscenò il mio incidente e mi diede una nuova identità. Ho vissuto come un fantasma per quattro anni.”
“E adesso?” chiese Marta.
“Adesso mio fratello è morto comunque. Overdose, dicono. Ma non ha mai usato nulla. Quindi voglio bruciare Valli.”
Yara consegnò a Marta una scheda di memoria. Conteneva filmati parziali: Valli negli spogliatoi, un tecnico che sostituiva i bendaggi, un medico che firmava un referto falso. Non bastava per una condanna definitiva, ma bastava per riaprire il caso.
Poi il cinema si riempì di luce. Fari bianchi attraverso le porte laterali. Una voce amplificata gridò: “Polizia! Mani in alto!”
Marta alzò le mani, confusa. Elia invece guardò Yara. “Ci hai venduti?”
Yara tremava. “No. Ho mandato il materiale alla procura.”
Entrò Orlando Valli, affiancato da due agenti veri. Indossava un cappotto color cammello e un’espressione dispiaciuta perfettamente studiata.
“Che scena commovente,” disse. “Un ex atleta violento, una dipendente precaria che ruba segreti industriali e una testimone legalmente defunta. Il giudice adorerà.”
Marta sentì il gelo salirle dalla schiena. Capì troppo tardi: Valli non voleva ucciderli. Voleva trasformarli in imputati.