Alle ventidue il quinto piano era quasi vuoto. Marta fingeva di sistemare un report, ma in realtà copiava il file anonimo su una chiavetta nascosta nel portachiavi. Quando l’ascensore si aprì, trasalì.
Elia entrò senza fare rumore. “Non dovresti restare da sola.”
“Nemmeno lei.”
“Tu hai ricevuto qualcosa.” Non era una domanda.
Marta arretrò. “Lei controlla le mie mail?”
“Controllo chi potrebbe farti del male.”
La frase aveva il tono sbagliato: troppo intimo, quasi stanco. Marta si impose di non cedere. “Mi è stato detto di non fidarmi di lei.”
Elia posò sul tavolo una vecchia foto. C’erano lui, più giovane, con i guantoni alzati; accanto a lui Nico Serra, sorridente; dietro, Orlando Valli, allora sponsor sportivo.
“Quella notte non ho ucciso Nico,” disse Elia. “Qualcuno aveva truccato i bendaggi. Microframmenti duri, invisibili, abbastanza da trasformare un colpo normale in una sentenza. Dopo l’incontro mi hanno fatto sparire, professionalmente. Valli è entrato in VetriaLab due mesi dopo.”
Marta fissò la foto. “Sta dicendo che usavano diamanti sintetici per sabotare un match?”
“Sto dicendo che Valli ha sempre saputo vendere dolore con una fattura pulita.”
Un rumore metallico arrivò dal corridoio. Elia si irrigidì, poi spense le luci con un gesto rapido. Dal buio comparvero due uomini con badge temporanei. Non erano guardie: uno aveva un coltello corto, l’altro un taser.
“Consegnate la chiavetta,” disse quello col taser.
Marta non capì come Elia si mosse. Vide solo la sua mano bloccare un polso, una spalla ruotare, il corpo dell’aggressore cadere contro una scrivania. Ma Elia non colpiva come un campione che voleva vincere: colpiva come un uomo terrorizzato dall’idea di fare troppo male.
Il secondo uomo afferrò Marta per la giacca. Lei, per istinto, gli rovesciò addosso il caffè freddo rimasto nella tazza. Elia lo stese con un pugno al diaframma, poi si fermò, tremando.
“Respira,” gli disse Marta, senza sapere perché.
Elia la guardò come se nessuno glielo dicesse da anni.
Scapparono dalle scale antincendio. Fuori pioveva. Nel parcheggio, Marta notò un’auto nera con il motore acceso. Al volante c’era una donna con un cappuccio rosso, che li osservò per un secondo e poi partì.
Elia sbiancò.
“Chi era?” chiese Marta.
“La sola testimone che avrebbe potuto salvarmi quattro anni fa.”
“E perché scappa?”
“Perché, se è viva, significa che qualcuno ha mentito anche su di lei.”