Marta Ferri aveva imparato a non fidarsi dei numeri troppo perfetti. A ventinove anni lavorava come revisora junior alla VetriaLab, una società milanese che produceva diamanti sintetici per l’industria medica, la moda e, ufficialmente, per chi voleva “un lusso senza sangue”. Il suo contratto era a progetto, il suo stipendio arrivava sempre con tre giorni di ritardo e il suo appartamento al quarto piano senza ascensore aveva una caldaia che tossiva più di sua nonna.
Ogni mattina, prima di entrare nel palazzo di vetro in Porta Nuova, Marta comprava un caffè al banco e lasciava due centesimi nel piattino delle mance. Non era generosità: era superstizione. Due centesimi per ricordarsi che tutto, anche un impero, poteva cadere per una cifra minuscola.
Quel lunedì, però, il palazzo era circondato da giornalisti. Una telecamera puntava l’ingresso, una cronista parlava di “possibile scandalo internazionale”, e sulla porta comparve lui: Elia Rinaldi, il nuovo direttore operativo.
Marta lo riconobbe subito. Non per i completi scuri o per il taglio di capelli impeccabile, ma per la cicatrice sottile sopra lo zigomo. Quattro anni prima Elia era stato campione europeo di kickboxing, poi radiato dopo un incontro finito in tragedia: il suo avversario, Nico Serra, era morto in ospedale. La stampa aveva parlato di colpo irregolare, scommesse, rabbia fuori controllo. Elia non aveva mai rilasciato interviste.
Adesso era lì, al quinto piano, con l’aria di chi aveva sepolto il passato sotto una giacca da tremila euro.
“Ferri, giusto?” disse quando la vide nell’open space, come se la conoscesse già.
Marta strinse il tablet al petto. “Sì. Revisione interna.”
“Da oggi rispondi direttamente a me.”
In sala riunioni, Elia mostrò un sorriso senza calore ai dirigenti. “Voglio un controllo totale sui flussi di magazzino. Ogni pietra, ogni grammo, ogni spedizione.”
Il CFO, Orlando Valli, rise piano. “Direttore, qui produciamo diamanti, non caramelle.”
“Appunto,” rispose Elia. “Le caramelle non fanno sparire ministri, giudici e testimoni.”
La battuta congelò la stanza.
Quel pomeriggio Marta ricevette un file anonimo sul computer. Oggetto: DUE CENTESIMI. Dentro c’era una tabella con micro-discrepanze nei registri: lotti dichiarati difettosi, poi venduti a società fantasma; fatture da 0,02 euro usate come segnale contabile; codici di spedizione che portavano a un deposito fuori Lodi.
In fondo al documento, una frase: “Se vuoi vivere, non dirlo a Rinaldi.”
Marta alzò gli occhi verso l’ufficio di vetro di Elia. Lui la stava già guardando.