Nora raccontò che Helix, conglomerato proprietario della VettaLab, aveva investito in diamanti sintetici usati come memorie quantistiche. Piccoli, irrintracciabili, capaci di conservare enormi quantità di dati. Uno di quei diamanti conteneva le prove di manipolazioni giudiziarie, campagne diffamatorie e un omicidio mascherato da incidente sportivo: quello che aveva distrutto la carriera di Adriano.
«E perché lo avete dato a me?» chiese Livia.
Adriano scosse la testa. «Non lo abbiamo dato a te. Lo hai già preso.»
Livia restò immobile. Nora indicò il ciondolo al suo collo: una piccola pietra opaca che sua madre le aveva lasciato prima di morire. Livia l’aveva sempre creduta vetro scadente, un ricordo senza valore.
«Tua madre lavorava per Helix,» disse Nora. «Ha sostituito il diamante vero con un falso e ti ha affidato l’unica copia completa.»
La stanza sembrò inclinarsi. Sua madre, Teresa, era morta investita da un furgone senza targa quando Livia aveva diciassette anni. La pratica era stata chiusa in fretta: incidente.
«No,» sussurrò Livia. «Mia madre era contabile in una clinica.»
«La clinica era una copertura,» rispose Nora. «Curava persone rovinate dall’algoritmo, e poi le convinceva a tacere.»
In quel momento, le luci della palestra si spensero. Un colpo secco frantumò la vetrata. Adriano spinse Livia dietro un sacco da boxe. Ombre entrarono dal retro, rapide, addestrate.
Adriano salì sul ring non per combattere, ma per attirarle su di sé. Ogni movimento tradiva dolore, eppure parava, schivava, cadeva e si rialzava. Livia vide il sangue aprirgli il labbro. Vide Nora trascinare un armadietto contro la porta.
«Scappa!» gridò Adriano.
Livia corse verso l’uscita di servizio, ma si fermò davanti a uno specchio incrinato. Per anni aveva creduto che sopravvivere significasse non esporsi. Lavorare bene, parlare poco, non disturbare i potenti. Ora capì che il suo silenzio era stato progettato da altri.
Tornò indietro, afferrò l’estintore e colpì l’uomo che stava per infilare un coltello sotto le costole di Adriano. Lui la guardò, sorpreso, quasi divertito.
«Non eri venuta per restare viva?» ansimò.
«Ho cambiato obiettivo.»
Fuggirono sul tetto mentre le sirene si avvicinavano troppo lentamente. Ma sul palazzo di fronte, un drone li stava già filmando.
La mattina seguente, tutti i notiziari aprirono con la stessa frase: “Direttore VettaLab aggredisce ex dipendente instabile in palestra clandestina.” Nelle immagini, tagliate ad arte, Adriano sembrava il carnefice. Livia, la complice.