Quella sera, l’ascensore si fermò tra il quindicesimo e il sedicesimo piano. Livia e Adriano rimasero soli, sospesi sopra la città accesa.
«Mi stai evitando,» disse lui.
«La conosco appena.»
«Appunto. Di solito le persone mi giudicano prima di conoscermi. Tu mi studi.»
Livia strinse la borsa contro il petto. Dentro aveva una chiavetta con i log del sistema, prove ancora incomplete ma sufficienti a farle perdere il lavoro.
Adriano notò il gesto. «Hai trovato qualcosa che non dovevi.»
Il cuore le batté forte. «È una minaccia?»
Lui sorrise, ma senza leggerezza. «È il contrario. È un avvertimento.»
La luce d’emergenza gli scavò il volto. Per un istante non sembrò il manager elegante del mattino, ma un uomo stanco di parare colpi invisibili.
«Perché un ex pugile finisce a dirigere un laboratorio di reputazione?» chiese Livia.
Adriano sollevò la mano destra. Le nocche erano segnate, una falange leggermente storta. «Perché qualcuno ha comprato il mio silenzio e io ho accettato. Poi ho scoperto che il prezzo del silenzio aumenta ogni giorno.»
L’ascensore ripartì con uno scatto. Prima che le porte si aprissero, lui le infilò in mano un biglietto: “Palestra Aurora, mezzanotte. Vieni sola se vuoi restare viva.”
Livia avrebbe dovuto andare alla polizia. Invece, a mezzanotte, attraversò una zona industriale dove i cartelloni pubblicitari promettevano carriere perfette a persone esauste.
La Palestra Aurora puzzava di cuoio, disinfettante e pioggia. Adriano la aspettava vicino al ring. Con lui c’era una donna anziana dai capelli d’argento, vestita come una custode.
«Lei è Nora Vitale,» disse. «Ufficialmente morta da tre mesi. In realtà, testimone chiave contro il gruppo Helix.»
Nora guardò Livia come se potesse leggerle la paura sulla pelle. «Il diamante che non riflette non è un gioiello. È un archivio.»