Matteo non chiamò la polizia. Lara glielo rinfacciò mentre correvano nel parcheggio sotterraneo.
“Una persona ha sparato in un bar!”
“E una testimone è sparita con una prova che non doveva esistere. Se chiamiamo adesso, consegniamo la storia a chi la sta già controllando.”
“Lei parla come se avesse esperienza.”
Matteo si fermò vicino alla sua auto. Per la prima volta il suo volto perse quell’equilibrio arrogante. “Mio fratello è finito in carcere per un dossier costruito. Io ho imparato tardi che la verità, se non la proteggi, viene vestita con gli abiti di qualcun altro.”
Lara non rispose. In quella crepa improvvisa vide un uomo diverso: non un rivale, ma qualcuno che portava addosso un verdetto sbagliato.
L’indizio successivo arrivò dalla rubrica online di Lara. Un commento anonimo sotto l’ultimo post diceva: “Quando sei all’angolo, non guardare l’avversario. Guarda chi tiene il gong.” Firmato: N.
Matteo sorrise senza allegria. “Nora ci sta indicando un posto.”
Lara capì prima di lui. Il padre di Nora, anni prima, era stato un pugile dilettante. Aveva allenato ragazzi in una palestra di periferia chiamata Il Gong. Ci andarono all’alba, mentre la città era ancora color cenere.
La palestra odorava di cuoio, sudore e disinfettante. Sul ring, un vecchio allenatore fasciava le mani a un ragazzino magro. Nel retro, Nora li aspettava con il viso graffiato e la chiavetta stretta nel pugno.
“Mi hanno seguita,” disse. “Ma non sanno che ho fatto una copia.”
Sul computer dell’ufficio, il file si aprì con un audio disturbato. Si sentiva Sarti parlare con l’avvocata interna, Elena Morandi.
“La pietra deve risultare rubata prima dell’udienza.”
“E se la Bianchi insiste?”
“Meglio. Una perita ambiziosa, esclusa dalla promozione, che falsifica un test per vendicarsi. Il giudice amerà la semplicità.”
Poi una terza voce, più bassa, maschile. Gualtieri.
“Ferox deve perdere. Gli investitori arabi entrano solo se abbiamo il monopolio morale. Una macchia controllata oggi vale una corona domani.”
Lara chiuse il laptop. Aveva la nausea. Non era soltanto un furto: era una messinscena aziendale per vincere una causa e distruggere un concorrente, usando lei come capro espiatorio.
“Dobbiamo portarlo al giudice,” disse.
“Non basta,” rispose Matteo. “Diranno che l’audio è falso. Serve la pietra. Serve dimostrare dove l’hanno nascosta.”
Nora si morse il labbro. “Ho sentito una parola: ‘cripta’. Dicevano che sarebbe rimasta nella cripta fino al verdetto.”
Lara pensò agli archivi, ai caveau, alle casseforti. Poi ricordò un dettaglio quasi ridicolo: al piano meno tre della Torre Vetra c’era una sala eventi chiamata Cripta, un vecchio deposito bancario trasformato in spazio per presentazioni private. Quella sera Lumina avrebbe tenuto lì una cena con gli investitori.
“Ci andiamo,” disse Lara.
Matteo la guardò. “Da infiltrati?”
“Da dipendenti modello. Io porto la verità. Lei porta il suo sorriso da uomo che ha già vinto.”
Lui si avvicinò appena. “E se non vinciamo?”
Lara sentì il suo respiro troppo vicino. “Allora almeno perderemo dalla stessa parte.”
Per un istante il mondo si ridusse allo spazio tra loro. Poi Nora tossì.
“Scusate. La rivoluzione può aspettare dopo il flirt?”