La mattina dopo, nessuno le disse “buongiorno”. Le conversazioni si spegnevano al suo passaggio, gli sguardi cadevano sulle scarpe, le porte si chiudevano con un secondo di anticipo. La sicurezza interna aveva ricostruito gli accessi: il badge di Lara era stato usato alle 22:43, sei minuti prima dell’allarme. Le telecamere del corridoio, però, risultavano oscurate per un aggiornamento tecnico non programmato.
“Una coincidenza elegante,” disse Lara, seduta davanti a Matteo nell’ufficio di lui.
“Non credo alle coincidenze eleganti,” rispose lui. “Credo agli errori umani. E a chi li sfrutta.”
“Quindi mi crede?”
Matteo la guardò a lungo. “Credo che se avesse voluto rubare una pietra, non avrebbe lasciato il suo badge come un biglietto da visita.”
Era la prima cosa sensata che le dicesse da quando lo conosceva. Lara avrebbe voluto ringraziarlo, ma l’orgoglio le mise una mano sulla bocca.
Il comitato etico convocò una verifica interna. Gualtieri, pallido come la carta intestata, consigliò a Lara di prendersi una pausa “per proteggere l’immagine aziendale”. Lei capì che significava: sparisci finché decidiamo se sacrificarti.
A salvarla, almeno per poche ore, fu un messaggio arrivato sul suo telefono personale da un numero sconosciuto: “Ho visto chi ha preso il lotto. Ma se parlo, perdo tutto. Bar Smeraldo, 19:30. Porta i tuoi due centesimi.”
Lara rilesse l’ultima frase. “I tuoi due centesimi” era il titolo della rubrica anonima che lei teneva online da anni, un piccolo diario di consigli professionali per giovani donne in ambienti competitivi. Nessuno in azienda sapeva che fosse lei. O almeno, così aveva creduto.
Al Bar Smeraldo trovò Matteo già seduto in fondo alla sala.
“Mi ha seguita?”
“L’ho anticipata. Ha lasciato il telefono sulla scrivania per dieci minuti. Non sono fiero di aver letto la notifica, ma sono molto fiero di essere vivo.”
“Lei ha un concetto elastico di privacy.”
“E lei un talento rigido per mettersi nei guai.”
Prima che potessero litigare, arrivò una ragazza con il cappuccio alzato. Era Nora, stagista del reparto logistica, ventidue anni e un’aria sempre in prestito. Tremava così forte che il cucchiaino tintinnava contro la tazza.
“Ho visto il signor Sarti,” sussurrò. “Il responsabile sicurezza. Non era solo. C’era una donna… credo dell’ufficio legale. Hanno preso la pietra, ma non per venderla. Hanno detto che serviva per ‘chiudere il processo’.”
“Quale processo?” chiese Matteo.
Nora deglutì. “Quello di domani. La causa contro il laboratorio Ferox.”
Lara sentì un brivido. Ferox era un’azienda concorrente accusata da Lumina di produrre diamanti sintetici spacciandoli per naturali. Se Lumina avesse dimostrato la frode, avrebbe conquistato il mercato europeo dell’etico-lusso. Ma se il lotto A-17 fosse stato manipolato, l’intera accusa poteva crollare.
“Perché ce lo dici?” domandò Lara.
Nora abbassò gli occhi. “Mio padre lavora in Ferox. Non è un santo, ma non è un criminale. E io… io ho registrato qualcosa.”
Posò sul tavolo una chiavetta USB.
In quel momento la vetrina del bar esplose. Non per una bomba, ma per un colpo secco, preciso: un proiettile aveva centrato la macchina del caffè dietro al bancone. Urla, vetri, caos. Matteo afferrò Lara e Nora trascinandole a terra.
Quando Lara riaprì gli occhi, la chiavetta non era più sul tavolo.
E Nora era scomparsa.