Davide aveva un modo strano di proteggere le persone: le faceva arrabbiare abbastanza da restare vigili.
«Non puoi continuare a indagare da sola» disse, chiudendo la porta dell’archivio sotterraneo di Asteria.
«E tu non puoi dirmelo come se fossi il mio capo.»
«In teoria lo sono.»
«In pratica mi stai aiutando a violare tre protocolli interni.»
Lui sollevò una chiavetta USB. «Quattro, se contiamo questo.»
Nora non riuscì a non sorridere. Fu un errore: Davide se ne accorse, e per un istante la tensione tra loro cambiò forma. Non era più solo sospetto, né alleanza. Era qualcosa di pericoloso perché arrivava nel momento peggiore.
Sul computer dell’archivio recuperarono i log del sistema. Qualcuno, la notte del furto, aveva aperto da remoto la cartella video della Fondazione. L’accesso risultava firmato con le credenziali di Nora.
«Perfetto» disse lei. «Adesso sono anche io ladra di diamanti.»
Davide scorse le righe. «No. Guarda l’orario. Tu eri già entrata nella sala riunioni del terzo piano, quella con il riconoscimento facciale.»
«Quindi qualcuno ha clonato le mie credenziali.»
«Qualcuno con poteri amministrativi.»
Il nome di Marta Coletti sembrò accendersi da solo nella stanza.
Poi il monitor sfarfallò. Una finestra di chat anonima apparve al centro dello schermo.
“Ahmed non ha mentito. Gli hanno fatto vedere il volto sbagliato.”
Nora digitò: “Chi sei?”
La risposta arrivò subito: “Quello che era dietro il vetro.”
Seguì un file audio. Una voce maschile, distorta, registrata durante la serata della Fondazione.
«Non importa chi prende il diamante. Importa chi verrà visto prenderlo. Ferro è perfetto. Ha rabbia, precedenti, un movente emotivo. La stampa farà il resto.»
Un’altra voce, femminile, calma: «E Ahmed?»
«Gli mostriamo il video montato. Se collabora, gli diamo i documenti per sua sorella. Se no, lo consegniamo all’immigrazione.»
Nora sentì lo stomaco chiudersi. Non era solo un furto. Era una macchina costruita per usare ogni debolezza: la fama caduta di Elia, la precarietà di Ahmed, la sua posizione in azienda.
Davide spense l’audio. «Dobbiamo portarlo alla procura.»
«E se il file sparisce? Se dicono che è falso?»
«Allora ci serve il testimone.»
La chat lampeggiò di nuovo.
“Il testimone parlerà solo se Nora verrà da sola. Stasera. Cinema Astra, sala 4, ultimo spettacolo.”
Davide scosse la testa. «È una trappola.»
«Probabile.»
«Non andarci.»
«Non posso non andarci.»
Lui le prese il polso, piano. «Nora, se ti succede qualcosa—»
«Perché ti importa?»
Davide abbassò lo sguardo. Quando lo rialzò, la corazza dell’avvocato non c’era più.
«Perché mio padre era il medico federale che firmò il referto contro il tuo. E io ho passato dieci anni a chiedermi se avesse mentito per paura o per soldi.»
Nora si liberò lentamente. La scoperta avrebbe dovuto allontanarli. Invece li lasciò immobili, vicini, pieni della stessa colpa ereditata.
«Allora vieni con me» disse lei.
«Hai detto che vogliono te da sola.»
«Appunto. Tu resta dove non ti vedono.»
Alle ventitré, la sala 4 del Cinema Astra proiettava un vecchio film senza spettatori. Nora si sedette in quinta fila. Sullo schermo, due amanti correvano sotto la pioggia in una città straniera.
Una figura si accomodò dietro di lei.
«Non voltarti» disse Ahmed Rami.
La voce era stanca, spezzata. «Mi hanno fatto vedere un video. Elia entrava nel caveau. Io ho giurato che fosse lui. Ma poi ho ricordato una cosa: l’uomo nel video portava l’orologio al polso destro. Elia lo porta a sinistra. Il vero uomo era mancino.»
«Matteo?»
«No. Matteo era sul palco. L’uomo era più anziano.»
Nora capì prima che Ahmed pronunciasse il nome.
«Marcello Riva.»
Dalla cabina di proiezione partì un rumore secco. Il film si interruppe. Le luci si accesero.
Ahmed scattò in piedi. «Mi hanno seguito.»
Le uscite laterali si aprirono insieme. Due uomini entrarono nella sala. Nora cercò il telefono, ma una mano le coprì la bocca da dietro.
Prima che potesse urlare, le luci saltarono di nuovo. Nel buio, qualcuno colpì. Una sagoma cadde tra le poltrone. Davide comparve accanto a lei.
«Ora puoi dirmi che era una trappola» sussurrò.
«Dopo, magari.»
Fuggirono attraverso il retro del cinema. Ahmed stringeva una microcamera tra le dita.
«Ho registrato tutto» disse. «Anche loro.»
Ma appena uscirono nel vicolo, un faro li abbagliò. Una voce amplificata ordinò: «Fermi! Polizia!»
Nora alzò le mani. Vide Marta Coletti scendere dall’auto dietro gli agenti, impeccabile nel suo cappotto beige.
«Nora Valli» disse Marta, quasi con dispiacere. «Sei in arresto per frode, furto aggravato e manipolazione di prove.»