Elia Ferro non saliva su un ring da tre anni. Dopo l’ultimo incontro, perso contro il suo ex allievo Matteo Riva, aveva lasciato tutto: sponsor, interviste, palestra, perfino la famiglia. Nora lo trovò nel vecchio deposito ferroviario trasformato in centro sportivo popolare, mentre insegnava a una ragazzina a tenere alta la guardia.
«Sei famoso di nuovo» disse lei, mostrandogli la foto.
Elia non la prese. La guardò come si guarda una malattia tornata dopo un falso referto.
«Non ero io.»
«Lo so.»
«No, tu speri che non fossi io. È diverso.»
Nora odiava quando lui aveva ragione. Tra loro c’era una frattura antica: il padre, anche lui pugile, morto di infarto dopo una causa per doping mai chiarita. Elia aveva sempre sostenuto che fosse stato incastrato da chi controllava le scommesse. Nora, allora diciannovenne, aveva scelto la via opposta: perizie, documenti, regole. Voleva credere che la verità, se archiviata bene, potesse difendersi da sola.
«La sera del furto dov’eri?»
Elia rise senza allegria. «Alla Fondazione Bellanti. Mi avevano invitato per un premio alla carriera. Poi è arrivato Matteo Riva. Telecamere, abbracci, foto. Sembrava tutto scritto.»
«Matteo era lì?»
«Certo. È il nuovo volto della fondazione. Il ragazzo salvato dalla boxe, il campione pulito, il sorriso da spot.»
Nora ricordava Matteo: era cresciuto nella palestra di Elia, poi lo aveva sfidato, battuto e sostituito. Da allora i giornali parlavano di “passaggio del testimone”. Elia parlava di tradimento.
«Hai visto il diamante?»
«No. Ma ho visto Ahmed, il tecnico. Tremava. Mi ha detto: “Se parlo, sparisco.”»
Nora lo fissò. «E poi?»
«Poi l’ho perso di vista. Il giorno dopo, la polizia lo cercava come testimone. Non si è presentato.»
Il cellulare di Nora squillò. Era Davide.
«Dove sei?» chiese lui, sottovoce.
«Con mio fratello.»
«Allora ascoltami bene. Ahmed Rami ha appena mandato una dichiarazione alla procura. Dice di aver visto Elia rubare il Lume di Tharros.»
Elia, abbastanza vicino da sentire, chiuse gli occhi.
Davide continuò: «Ma c’è un dettaglio. La dichiarazione è stata caricata dal server interno di Asteria.»
Nora si voltò verso le vetrate della palestra. Fuori, dall’altra parte della strada, un’auto nera era ferma con il motore acceso. Quando Elia fece un passo verso l’uscita, l’auto partì.
Sul parabrezza rimase attaccato un foglio piegato, infilato sotto il tergicristallo.
Nora lo aprì. Era la copia di un referto medico del padre, datato undici anni prima. In fondo, una nota mai vista: “Campione alterato su richiesta del promotore M.R.”
Matteo Riva allora era solo un ragazzo. Ma le iniziali coincidevano anche con un altro nome: Marcello Riva, suo padre, manager sportivo e attuale consulente della Fondazione Bellanti.
Elia sussurrò: «Te l’avevo detto.»
Nora avrebbe voluto rispondere. Invece guardò il foglio tremarle tra le mani e capì che la verità, quando arriva tardi, non consola. Chiede il conto.