L’avvocata di Damiano si chiamava Serena Conti e aveva la voce calma delle persone che hanno già visto crollare uomini importanti. Le disse che l’udienza preliminare sarebbe stata rapida: la procura voleva trasformare Livia in testimone e imputata insieme. Se collaborava, forse evitava il carcere. Se accusava Vetrini & Vale, forse sopravviveva. Forse.
“Non posso testimoniare su ciò che non so,” disse Livia.
Serena la fissò. “Allora scopra in fretta ciò che sa.”
La pista portò a una palestra seminterrata vicino al Palazzo di Giustizia, la Boxe San Celso. Di giorno allenava adolescenti e impiegati stressati; di notte, secondo Elia, ospitava incontri privati per uomini che non volevano comparire in nessun conto corrente. Damiano ci entrò come chi torna in un posto che odia e ama insieme.
“Combattevi?” chiese Livia, osservando i sacchi consumati.
“Abbastanza da capire che perdere non è sempre una sconfitta.”
L’allenatore, Nora Basile, una donna con capelli rasati e occhi da giudice, riconobbe Damiano e non sorrise. “Tuo fratello non avrebbe voluto vederti qui.”
“Per questo ci sono.”
Nora mostrò loro un armadietto che Elia aveva pagato in anticipo per un anno. Dentro c’erano bende, un paradenti spaccato e una chiavetta USB nascosta nel doppio fondo. Prima che potessero prenderla, le luci saltarono.
Un colpo secco. Poi un altro.
Qualcuno li aggredì nel buio. Damiano spinse Livia dietro un ring mentre una sagoma gli piombava addosso. Il rumore dei pugni contro la carne riempì la palestra. Livia, tremando, cercò a terra qualcosa per difendersi e trovò il secchio della magnesia. Lo lanciò verso l’aggressore: una nuvola bianca esplose nell’aria, rivelando per un istante un tatuaggio sul collo dell’uomo, la stessa bilancia con l’occhio.
L’uomo fuggì lasciando una scia di polvere.
Damiano aveva il labbro aperto. Livia gli prese il viso tra le mani senza pensarci. “Sei ferito.”
“Mi dà del tu solo quando sanguino?”
Avrebbe dovuto irritarla. Invece le sfuggì un sorriso. Era minuscolo, fuori luogo, pericoloso.
La chiavetta conteneva video di incontri clandestini. In uno, Elia parlava con un uomo di spalle. In un altro, compariva Arturo Vetrini, il fondatore malato, seduto accanto a politici, collezionisti e un magistrato. Ma il file più importante era un audio.
Una voce femminile diceva: “Il lotto Astra deve risultare puro. Se la perita Ferri nota qualcosa, incastratela. La ragazza ha sangue curioso.”
Livia riascoltò quella frase tre volte. Sangue curioso.
Poi riconobbe la voce.
Era di Bianca Vale, cofondatrice dell’azienda, la donna che le aveva dato il primo contratto, che le mandava panettoni a Natale, che una volta le aveva detto: “Le persone come noi devono guadagnarsi il posto due volte.”
Damiano spense l’audio. “Domani devi consegnarlo all’ispettore.”
Livia scosse la testa. “No. Domani mi faranno parlare in aula. Se consegniamo tutto prima, sparirà.”
“E se ti zittiscono prima?”
Lei guardò il ring, le corde tese come linee di confine. “Allora dovrò colpire per prima.”