La polizia arrivò in meno di dieci minuti. Livia fu interrogata in una stanza riunioni dove il tavolo di marmo rifletteva il suo viso come acqua sporca. Non aveva rubato nulla, ma le prove sembravano divertirsi a contraddirla: il suo badge, la sua impronta su una teca, un video sgranato in cui una figura con il suo cappotto attraversava il corridoio.
“È un montaggio,” disse lei.
L’ispettore Artoni, un uomo basso con mani da pianista, inclinò la testa. “Tutti dicono così. Lei invece potrebbe dirmi perché ha segnalato anomalie nel lotto Astra poche ore prima del furto.”
Livia capì. Non la stavano solo accusando di aver rubato. La stavano preparando a diventare il capro espiatorio perfetto: la perita brillante che scopre una truffa, ruba ciò che può e scappa.
Quando la lasciarono uscire, trovò Damiano ad aspettarla nell’atrio vuoto. Fuori pioveva, e Milano sembrava disegnata a matita.
“Ho chiamato un avvocato,” disse lui.
“Non ho bisogno della sua pietà.”
“Infatti non gliela sto offrendo.”
Livia rise senza allegria. “Allora cosa vuole?”
Damiano tirò fuori dalla tasca un oggetto minuscolo: una moneta da due centesimi, annerita su un lato. “Questa era dentro la valigetta sostituita nel caveau. Non appartiene a nessun inventario.”
“Una moneta?”
“Una firma.”
Lei la prese tra le dita. Sulla superficie era inciso un simbolo quasi invisibile: una bilancia con un occhio al centro. Livia sentì la pelle contrarsi. Aveva già visto quel marchio, anni prima, in un fascicolo che suo padre aveva nascosto sotto il materasso prima di scomparire.
Suo padre, Ennio Ferri, era stato contabile per una società di importazione pietre. Una notte aveva detto: “La ricchezza vera non brilla, Livia. Puzza di polvere.” Il giorno dopo era sparito. La polizia parlò di fuga volontaria. Sua madre smise di nominarlo.
“Dove l’ha trovata davvero?” chiese Livia.
Damiano abbassò la voce. “Nel pugno di mio fratello, quando è morto.”
Il silenzio cadde tra loro come una porta blindata.
Damiano spiegò che suo fratello minore, Elia, ex pugile dilettante, era stato trovato senza vita sei mesi prima dietro una palestra popolare di Lambrate. Ufficialmente overdose. Ma Elia non si drogava. Stava indagando su incontri clandestini usati per ripulire denaro tramite scommesse e diamanti non tracciati. Aveva lasciato a Damiano solo una frase registrata sul telefono: “Cerca la ragazza che pesa la luce.”
Livia avrebbe voluto allontanarsi. Invece la moneta le bruciava nel palmo.
“Se mi ha cercata per usarmi, Riva, ha scelto male.”
“No,” disse lui. “L’ho scelta perché qualcuno ha paura di quello che può vedere.”
In quel momento il telefono di Livia vibrò. Numero sconosciuto. Un messaggio soltanto: “Taci in tribunale, o tua madre chiuderà l’edicola per sempre.”