L’incontro di Dario si tenne in un palazzetto di periferia, tra luci stanche e cori ruvidi. Nora arrivò con la fotografia nascosta nella borsa e il cuore diviso tra due paure: quella per suo fratello sul ring e quella per l’uomo che aveva appena baciato in un laboratorio pieno di diamanti.
Dario combatteva contro Milo Ferretti, un pugile sponsorizzato da una società legata alla Lumen & Co. La cosa le parve una coincidenza solo per i primi tre round. Poi vide Viola Sarti seduta in prima fila accanto a un procuratore sportivo con la giacca viola e il sorriso da squalo.
«Non mi piace», disse Mia al suo fianco. «Dario è strano da stamattina.»
Sul ring, suo fratello esitava. Non era da lui. Incassava colpi che avrebbe potuto evitare, guardava l’angolo come se aspettasse un ordine. Alla quarta ripresa, Milo abbassò la guardia per un istante. Dario avrebbe potuto chiudere l’incontro. Invece fece un passo indietro.
Il pubblico fischiò.
Nora capì.
Qualcuno gli aveva chiesto di perdere.
Quando il gong suonò, lei corse negli spogliatoi. Dario era seduto con le bende ancora sporche, lo sguardo fisso sul pavimento.
«Quanto ti hanno offerto?» chiese Nora.
Lui serrò la mascella. «Non è per i soldi.»
«Allora per cosa?»
Dario tirò fuori il telefono. C’era un video: loro madre davanti alla farmacia, seguita da due uomini. Nessuna minaccia esplicita. Non serviva.
«Mi hanno detto che se vincevo, qualcuno si sarebbe fatto male.»
Nora sentì qualcosa dentro di sé diventare freddo. Non rabbia. Decisione.
All’uscita trovò Elia ad aspettarla sotto un lampione.
«Che ci fai qui?»
«Ho saputo dell’incontro. E della sponsorizzazione.»
«Da quanto sai che tuo padre conosceva il mio?»
Elia impallidì. Non abbastanza da sembrare colpevole, ma abbastanza da non sembrare innocente.
«Nora, ci sono cose che sto cercando di sistemare.»
«Risposta sbagliata.»
Lei gli mostrò la fotografia.
Elia la guardò come si guarda una sentenza già letta da qualcun altro. «Tuo padre lavorava per noi. Non ufficialmente. Era un intermediario nei porti. Quindici anni fa sparì dopo aver denunciato un traffico di pietre non certificate.»
«Mia madre ci ha detto che era scappato per debiti.»
«Qualcuno ha fatto in modo che lo credesse.»
Nora fece un passo indietro. «E tu? Tu sei quel qualcuno?»
«Avevo vent’anni. Non sapevo tutto. Ma ho taciuto quando ho iniziato a capire.»
La confessione colpì più forte di un pugno. Nora avrebbe voluto urlare, ma la voce le uscì calma.
«Allora adesso parlerai.»
Elia scosse la testa. «Non senza prove. Mio padre ha costruito un impero su documenti puliti e mani sporche. Se lo accusiamo male, distrugge te, tuo fratello e chiunque ti sia vicino.»
In quel momento, il telefono di Nora vibrò. Un altro messaggio anonimo.
“Domani, aula 6. Processo Bellori. Siediti in ultima fila. Il testimone parlerà solo se vede la pietra.”