La mattina dopo, LuxVetra crollò in borsa del diciotto percento. Non per i dati su Aurora, che non erano ancora pubblici, ma per un video diffuso online: Elia nel velodromo che colpiva un uomo, Marta accanto a lui con il badge di Lina in mano. Il titolo era già una sentenza: “Dirigente LuxVetra aggredisce informatrice: cosa nasconde la società dei diamanti puliti?”
In ufficio, nessuno guardava Marta negli occhi. Chi il giorno prima le chiedeva aiuto per aprire un foglio Excel, ora si zittiva quando passava. La reputazione era più volatile del denaro: bastava un montaggio.
Vanna Corsi convocò entrambi nella sala del consiglio. Era una donna elegante, capelli argento e sorriso da statua. Sul tavolo, davanti a lei, c’era una scatola di velluto. Dentro brillava un diamante Aurora grande come una lacrima.
“Avete creato un danno enorme,” disse.
“Lo avete creato voi falsificando i test,” rispose Marta.
Vanna sorrise. “Accuse gravi da una contabile indagata per sottrazione di documenti.”
Elia si chinò leggermente in avanti. “E io per cosa sarei indagato? Per aver ricevuto bonifici che non ho mai visto?”
“Questo lo stabilirà la procura.”
Marta capì in quel momento il piano. Non volevano solo venderli come colpevoli all’opinione pubblica. Volevano usarli come capri espiatori legali: la contabile che manipola i dati, il manager corrotto che incassa, la testimone instabile che sparisce.
“Dov’è Lina?” chiese Marta.
Vanna chiuse la scatola. “Chi?”
Quella sera Marta non tornò a casa. Con Elia si rifugiò nell’ex palestra di un suo vecchio allenatore, sotto una lavanderia a gettoni. Lì, tra sacchi logori e specchi crepati, analizzarono la chiavetta.
Conteneva video di laboratorio, email, registrazioni audio. Ma il file decisivo era protetto da password. Il nome: VERDETTO.
Marta provò date, codici fiscali, sigle di progetto. Niente.
Elia si bendò le mani in silenzio. “Quando combattevo, avevo un allenatore che mi diceva sempre: se non trovi l’apertura, smetti di guardare i pugni. Guarda i piedi.”
“I piedi dei file?”
“Il contesto. Perché Lina avrebbe chiamato un file Verdetto?”
Marta ripensò al messaggio: “Il processo è già cominciato.” Non era una metafora. Cercò nei registri pubblici e trovò un’udienza fissata per il mattino dopo: causa civile tra una piccola società di ricerca, la Fenice Ottica, e LuxVetra. Oggetto: appropriazione indebita di brevetto. Testimone chiave ammesso in forma protetta.
Lina.
Fenice Ottica era fallita tre anni prima. Il suo fondatore, Samuele Ferri, era morto in un incendio di laboratorio classificato come incidente. Lina Ferri era sua figlia.
La password venne quasi da sé: SAMUELE.
Il file si aprì.
Sul video, Vanna Corsi parlava con un uomo fuori campo: “Il brevetto del vecchio Ferri è inutile senza la nostra scala produttiva. La ragazza non deve arrivare in aula. Se parla, Aurora muore.”
La voce fuori campo rispose: “E Neri?”
Vanna: “Neri crede ancora nella redenzione. Gli uomini così sono facili da spingere nel ruolo del mostro.”
Elia abbassò lo sguardo. Marta, senza pensarci, gli toccò la mano bendata.
Lui non si ritrasse.
“Non sei un mostro,” disse lei.
“Non sai tutto di me.”
“Allora dimmelo prima che lo facciano loro.”
Elia inspirò come prima di un colpo. “L’incontro che distrusse la mia carriera era truccato da Vanna Corsi. Non era ancora presidente, finanziava scommesse clandestine. Io dovevo cadere al quinto round. Non l’ho fatto. L’altro pugile pagò per la mia scelta.”
Marta sentì il peso di quella confessione, ma anche la differenza tra colpa e condanna. “Domani Lina deve parlare.”
Il telefono della palestra squillò. Nessuno lo usava da anni.
Elia rispose. Una voce femminile, rotta: “Sono Lina. Mi hanno trovata. Se non arrivo in tribunale, portate voi il diamante. Quello vero è una prova.”
Poi un rumore secco. La linea cadde.