Elia Neri non amava il vecchio velodromo. Anni prima, quando ancora combatteva con il nome di “Nero di Como”, ci si allenava d’inverno, perché costava poco e nessuno faceva domande. Lì aveva imparato che la folla non vuole giustizia: vuole un colpo pulito da rivedere al rallentatore.
Marta insistette per andare da sola. Elia rise senza allegria.
“Una sconosciuta ti invita in un edificio abbandonato e tu pensi che il problema sia la mia compagnia?”
“Il problema è che qualcuno mi ha detto di non fidarmi di te.”
“E tu ti fidi degli sconosciuti che perdono sangue negli ascensori?”
Nonostante tutto, salì in macchina con lui. Milano scivolava fuori dai finestrini, lucida di pioggia e insegne. Nel silenzio, Marta notò che Elia stringeva il volante con la sinistra, lasciando la destra più morbida, come se il dolore fosse un coinquilino educato.
“È vero?” chiese lei. “Che hai smesso dopo aver mandato un uomo in coma?”
Elia non rispose subito. “È vero che ho vinto un incontro che avrei dovuto perdere. È vero che qualcuno aveva scommesso molto. È vero che l’altro pugile non si è più svegliato. Il resto lo hanno scritto i giornali.”
“E la LuxVetra ti ha assunto perché un ex pugile sa gestire un’azienda?”
“No. Mi ha assunto perché so riconoscere quando un combattimento è truccato.”
Al velodromo, li aspettava una ragazza minuta, capelli rasati ai lati, un taglio fresco sul sopracciglio. Lina Ferri non sembrava una spia. Sembrava una persona che aveva dormito troppo poco e corso troppo a lungo.
“Avete poco tempo,” disse. “Aurora non funziona come dichiarano. I test sono stati falsificati. Ma non è solo una truffa finanziaria.”
Lina tirò fuori una chiavetta. “Il cristallo è instabile. Se usato su scala industriale, può surriscaldare le reti e causare blackout a catena. Loro lo sanno. Vogliono vendere prima della revisione europea.”
Marta sentì il freddo salirle dalla schiena. “Chi sono ‘loro’?”
“La presidente, Vanna Corsi. E qualcuno dentro il consiglio. Forse anche lui.” Lina indicò Elia.
Elia non si mosse, ma la mascella si indurì. “Perché io?”
“Perché il tuo nome è nei pagamenti.”
Lina passò a Marta un documento stampato: bonifici verso una società schermo legata a Elia. Importi enormi, date recenti.
Marta lo guardò. Era troppo preciso per essere un falso banale. E troppo comodo per essere vero.
Elia fece un passo verso Lina. “Chi ti ha dato questi file?”
Prima che lei rispondesse, dal buio arrivò il rumore di passi. Tre uomini, giubbotti neri, mani nelle tasche. Non poliziotti.
Elia spinse Marta dietro di sé. Per un istante non fu più un dirigente, né un uomo tormentato. Fu una macchina addestrata a sopravvivere.
Il primo aggressore colpì con un bastone. Elia incassò sulla spalla, entrò corto, un colpo al fegato. Il secondo lo prese al ginocchio. Marta afferrò una sedia pieghevole e la scagliò senza pensare. Lina urlò, non di paura ma di rabbia, e saltò addosso al terzo mordendogli la mano.
Fuggirono attraverso le gradinate. Fuori, sotto la pioggia, Lina scomparve tra i capannoni dopo aver gridato: “Il processo è già cominciato!”
Marta ed Elia rimasero soli, ansimanti.
“Che significa?” chiese lei.
Elia guardò la chiavetta che Lina aveva lasciato cadere nella fuga.
“Significa,” disse, “che qualcuno vuole condannarci prima ancora che troviamo il tribunale.”