Marta Bellini aveva un talento che nessuno in azienda voleva davvero riconoscere: vedeva le bugie nei numeri. Non erano visioni, non erano intuizioni romantiche. Erano centesimi fuori posto, arrotondamenti troppo eleganti, fatture divise in tre come se il denaro avesse paura di farsi trovare intero.
Alla LuxVetra, colosso milanese dei materiali preziosi da laboratorio, Marta lavorava al ventiseiesimo piano, in un ufficio senza finestre. Una scelta ironica, per una società che vendeva luce: micro-diamanti sintetici per pannelli energetici, gioielli sostenibili, componenti ottici per satelliti. Il nuovo prodotto, “Aurora”, era stato annunciato come la rivoluzione del decennio: un cristallo capace di moltiplicare la resa della luce solare. Se fosse stato vero, avrebbe cambiato il mercato. Se fosse stato falso, avrebbe bruciato miliardi.
Marta scoprì il primo errore alle 22:17 di un giovedì. Due centesimi ripetuti in quarantasei contratti, sempre nella stessa voce: consulenza ambientale. Due centesimi non rovinano un bilancio, ma possono indicare una firma automatica, un modello riciclato, una frode.
Stava salvando gli screenshot quando la porta si aprì.
Entrò Elia Neri, nuovo direttore operativo. Camicia senza cravatta, giacca scura, nocche segnate da cicatrici antiche. In azienda girava voce che prima fosse stato un pugile professionista, poi un manager in fondi d’investimento, poi qualcosa di meno definibile. Troppi cambi di vita per un uomo di trentasei anni.
“Lavora sempre al buio?” chiese lui.
“Il buio costa meno,” rispose Marta, chiudendo il file troppo in fretta.
Elia guardò lo schermo spento. “O nasconde meglio.”
Tra loro, da settimane, c’era una tensione scomoda: lui la cercava per report che poteva chiedere ad altri; lei lo evitava con una precisione quasi offensiva. Marta non credeva alle favole d’ufficio. Sapeva come finivano: con una donna trasferita e un uomo promosso.
“Domani presentiamo Aurora al consiglio,” disse Elia. “Mi serve la conferma finale dei costi.”
“Non posso confermare ciò che non torna.”
Lui fece un passo avanti. “Cosa non torna?”
Marta stava per mentire. Poi vide, oltre la spalla di Elia, il riflesso nel vetro scuro della porta: una figura nel corridoio. Cappuccio grigio, telefono sollevato. Qualcuno li stava filmando.
Quando Elia si voltò, la figura fuggì.
Lui partì d’istinto, veloce come se un ring invisibile si fosse acceso sotto i suoi piedi. Marta lo seguì, ma arrivò solo in tempo per vedere l’ascensore chiudersi e una scia di sangue sul pulsante del piano terra.
Sul pavimento, caduto vicino alle scale, c’era un badge senza foto. Un nome stampato in nero: LINA FERRI.
Marta lo raccolse.
“Elia,” sussurrò, “questa persona non lavora qui.”
Il telefono di Marta vibrò. Messaggio da numero sconosciuto: “Se vuoi sapere quanto vale davvero Aurora, porta il badge al vecchio velodromo. E non fidarti dell’uomo con le mani rotte.”