Si rifugiarono nella vecchia palestra di Elia, chiusa da mesi ma ancora impregnata di sudore, cuoio e sogni rotti. Sul ring al centro della sala, le corde erano sfilacciate. Alle pareti, fotografie ingiallite mostravano ragazzi con guantoni troppo grandi e occhi troppo feroci.
Livia camminava avanti e indietro, stringendo il telefono. “Mi stanno incastrando. Mina è sparita. Tu hai mentito davanti a Neri. Ottimo piano.”
“Era il piano A.”
“E il piano B?”
“Trovarlo adesso.”
Lei rise senza allegria. “Sei sempre così rassicurante?”
“Solo con le persone che mi fanno paura.”
La frase rimase sospesa tra loro. Livia abbassò lo sguardo per prima. Non era il momento di accorgersi che le mani di Elia tremavano solo quando non combatteva, né che il suo modo di mettersi davanti alle porte veniva da qualcuno abituato a prendere colpi al posto degli altri.
Il telefono di Mina risultava spento. Ma Livia ricordò il podcast. Ogni puntata veniva caricata su una piattaforma con trascrizione automatica e backup cloud. Entrò con la password che Mina le aveva confidato una sera tra un caffè e un lamento: “ducentesimi!”, tutto minuscolo.
C’erano bozze non pubblicate. Una, registrata la notte prima, si intitolava: “La pietra non mente”. Livia premette play.
La voce di Mina uscì gracchiante dagli altoparlanti della palestra: “Se state ascoltando questo, forse ho avuto più coraggio che prudenza. Ho incontrato un tecnico del laboratorio di certificazione. Dice che alcuni cristalli AureaLab portano microinclusioni naturali impossibili da replicare. Diamanti veri, signori. Veri e sporchi. E il bello è che il direttore operativo non è il burattinaio: è il capro espiatorio perfetto. Il nome da seguire è…”
La registrazione si interruppe. File corrotto.
Livia colpì il tavolo con il palmo. “No, no, no!”
Elia si avvicinò. “Si può recuperare?”
“Forse. Ma serve tempo.”
“Non ne abbiamo.”
Dalla strada arrivò il rumore di un’auto che frenava. Poi un’altra. Elia spense le luci. Attraverso le finestre alte videro tre uomini scendere, uno dei quali con la divisa della vigilanza di AureaLab.
“Uscita sul retro?” sussurrò Livia.
“Murata.”
“Fantastico.”
Elia si infilò i bendaggi ai polsi con gesti automatici. Livia lo guardò incredula. “Non penserai di fare a pugni con tre persone.”
“Non penso. È questo il vantaggio.”
Gli uomini entrarono forzando la serratura. Il primo avanzò con una torcia, il secondo con un manganello telescopico. Elia li attirò verso il ring, muovendosi nell’ombra. Non fu un combattimento elegante. Fu sporco, breve, disperato. Un gancio al fegato, una gomitata, una caduta contro le corde. Il terzo uomo raggiunse Livia e le strappò il portatile dalle mani.
Lei non pensò. Gli lanciò addosso un secchio pieno di vecchi paradenti disinfettati, poi lo colpì con la borsa del ghiaccio secco. L’uomo urlò, il portatile cadde, lo schermo si crepò ma rimase acceso.
Elia finì a terra con il labbro spaccato. Livia corse da lui.
“Alzati,” disse, la voce spezzata. “Non puoi fare il martire proprio adesso.”
Lui aprì un occhio. “È una richiesta professionale?”
“È un ordine verificabile.”
Sorrise. Poi sul portatile comparve una notifica: recupero file completato al 93%.
Il 94 arrivò. Poi il 95.
Dalla porta aperta si sentirono sirene lontane. Non della polizia: ambulanze? Vigili? O altri uomini di Neri con lampeggianti finti?
Il file arrivò al 100%.
La voce di Mina riprese: “Il nome da seguire è Giulio Ravasi, presidente del tribunale arbitrale che certifica le forniture. È lui che protegge Neri. E domani sarà giudice consulente nell’udienza preliminare sul caso Davide Orso.”
Livia ed Elia si guardarono.
La verità non era solo in azienda. Era già seduta in tribunale.