Elia trascinò Livia nella scala antincendio. Lei si liberò con rabbia al terzo piano, il cuore che le batteva nelle tempie.
“Mi lasci. Voglio sapere cosa sta succedendo.”
“Anch’io,” disse lui. “Da due anni.”
Fu allora che le raccontò una versione della storia che non compariva nei comunicati stampa. Prima di AureaLab, Elia era stato un pugile promettente, campione europeo dilettanti, cresciuto in una palestra popolare di Torino. Carlo Neri lo aveva sponsorizzato, trasformandolo in testimonial della rinascita sociale: il ragazzo difficile salvato dall’impresa pulita. Poi, durante un incontro decisivo, Elia aveva perso in modo disastroso. Accusarono lui di essersi venduto il match. Lo radiarono. Gli amici sparirono. I giornali lo usarono per due settimane, poi lo dimenticarono.
“Neri mi offrì questo lavoro quando nessuno voleva più stringermi la mano,” disse Elia. “Pensavo fosse pietà. Invece era un guinzaglio.”
“Perché?”
“Perché quella sera vidi un uomo consegnare una busta al mio allenatore. La busta veniva da un intermediario di Neri. Non capii tutto, ma capii abbastanza. Il match truccato serviva a spostare scommesse e ripulire denaro. Io ero il volto perfetto da distruggere.”
Livia lo guardò come si guarda una formula sbagliata che all’improvviso rivela il teorema. “E i diamanti?”
“Non sono tutti sintetici. Alcuni lotti vengono mischiati con pietre vere, di provenienza illegale. La sostenibilità è la vetrina. Il retrobottega è un fiume di soldi sporchi.”
Avrebbe dovuto dubitare. Eppure i bonifici, le fondazioni fantasma, il volto di Neri nell’archivio: tutto combaciava.
“Perché non sei andato alla polizia?” chiese lei, accorgendosi troppo tardi di avergli dato del tu.
Elia sorrise appena, ma era un sorriso amaro. “Perché il primo testimone è morto.”
Il nome era Davide Orso, ex contabile di AureaLab. Ufficialmente un incidente in moto. Mina, la collega di Livia, ne aveva parlato nel suo podcast: “Quando un uomo preciso muore in un incidente impreciso, i miei due centesimi dicono che qualcuno ha arrotondato la verità.” Nessuno l’aveva presa sul serio.
Il lunedì successivo, però, Mina non si presentò al lavoro. Il suo ultimo messaggio a Livia arrivò alle 7:04: “Ho trovato l’audio. Se mi succede qualcosa, non fidarti dell’uomo con la cravatta blu.”
Alle 9:30, Neri convocò una riunione straordinaria. Indossava una cravatta blu.
“Abbiamo subito un tentativo di furto dati,” annunciò. “Una dipendente ha violato i protocolli interni e sottratto documenti riservati. La signorina Serra collaborerà con la sicurezza per chiarire la sua posizione.”
Tutti si voltarono verso Livia. Anche Elia. Ma il suo sguardo non diceva tradimento; diceva: resta viva.
Due uomini della sicurezza le si avvicinarono. Sul maxischermo comparve una cartella con il suo nome e una serie di accessi notturni falsificati. Livia sentì la trappola chiudersi con la precisione di un bilancio ben costruito.
Poi, dal fondo della sala, Elia parlò.
“Quegli accessi sono miei.”
Neri impallidì appena.
Elia continuò: “E ho le prove.”
Fu una bugia. Livia lo capì subito. Ma fu una bugia abbastanza forte da far guadagnare loro venti secondi.
Elia le afferrò la mano e corsero.