Il giorno dopo Marta si presentò alla sede della Heliox con una chiavetta vuota e un volto da impiegata rassegnata. Sanna la ricevette in una sala riunioni senza finestre. Luca era presente, seduto in fondo, immobile. La busta del bonus era di nuovo sul tavolo, più gonfia.
«Vede?» disse Sanna. «Tutti arrivano al prezzo giusto.»
Marta appoggiò la chiavetta. «E mia madre?»
«Sua madre continuerà a guardare il lago. È un bel panorama per una donna fragile.»
Lei ingoiò l’odio. «Voglio il rinnovo. E il trasferimento a un reparto meno esposto.»
Sanna rise piano. «Il potere non le sta bene, signorina Rinaldi. Ma l’istinto di sopravvivenza sì.»
In quel momento entrò Clara con un tablet. «Presidente, la diretta dell’assemblea investitori è pronta.»
Marta trattenne il respiro. Era quello il dettaglio che Luca le aveva mandato all’alba con un messaggio criptato: ogni martedì, la sala riunioni diventava il backstage di una diretta privata con fondi internazionali. Microfoni aperti, server esterno, registrazione automatica. Sanna amava mostrarsi invincibile; gli invincibili spesso dimenticano che le pareti hanno orecchie quando sono loro a installarle.
«Prima di andare,» disse Marta, «vorrei sapere se la fattura dei contenitori criogenici va corretta a mano o cancellata dal registro.»
Sanna si irrigidì. Luca alzò appena gli occhi.
«Non giochi.»
«Non sto giocando. Se devo mentire, voglio farlo bene.» Marta si voltò verso il microfono quasi invisibile al centro del tavolo. «Devo associare i diamanti al codice laboratorio o lasciarli come materiale medico? E i pagamenti al dottor Grevi, il perito del tribunale, li metto tra le consulenze?»
Sanna le fu addosso in un istante, ma Luca si alzò e lo bloccò. Non fu un gesto eroico da film: fu sporco, violento, breve. La sedia cadde, Clara urlò, il tablet scivolò a terra continuando a trasmettere.
«Chiudi quella diretta!» ruggì Sanna.
Clara non si mosse. Le mani le tremavano, ma il mento era alto. «È già sul server degli investitori. E alla Procura.»
Marta la fissò, sconvolta. Clara, la segretaria invisibile, la donna che portava caffè e calendari, aveva ascoltato tutto per anni. Aveva perso un marito in un “incidente” di magazzino e aspettava solo una testimone che non costasse troppo da comprare.
Le sirene arrivarono dopo dodici minuti. In quei dodici minuti, Sanna offrì denaro, minacciò cause, promise promozioni, poi silenzio. Luca rimase davanti alla porta con il labbro spaccato, come se il suo corpo fosse l’unico mobile abbastanza pesante per trattenere il passato.
Quando gli agenti portarono via Sanna, lui guardò Marta. «Mi dispiace.»
Lei avrebbe voluto perdonarlo subito, perché la paura crea scorciatoie nel cuore. Invece disse: «Mi dispiace non basta. Non per me.»
Luca annuì. «Lo so. Testimonierò.»
Marta rise senza allegria. «Contro l’uomo che può distruggere la tua carriera?»
«La mia carriera era già costruita sulle sue fondamenta. Preferisco vederla crollare.»
Quel pomeriggio, mentre firmava la deposizione, Marta ricevette una telefonata da Elia. «Mamma è al sicuro. E io ho una brutta notizia.»
«Cosa?»
«La chiavetta vera non contiene solo conti. C’è un video. Sanna non era il capo. Era il cassiere.»