Elia non rispondeva al telefono. Da quando aveva smesso di combattere ufficialmente dopo un infortunio alla retina, si allenava in una palestra seminterrata sotto la fermata di Porta Romana, dove il rumore dei treni copriva quello dei colpi. Marta corse lì con le mani fredde e la chiavetta nascosta nel reggiseno, perché ormai non si fidava nemmeno delle tasche.
La palestra odorava di gomma, sudore e rabbia antica. Elia era sul ring, vivo, con un taglio sul sopracciglio e i guantoni abbassati. Di fronte a lui non c’era un avversario, ma Luca Ferri.
«Che ci fai qui?» gridò Marta.
Luca scese dal ring. Aveva un livido fresco sullo zigomo. «Ti stavo cercando.»
«Picchiando mio fratello?»
Elia sputò sangue in un secchio e rise. «Tecnicamente, mi stava impedendo di farmi ammazzare da tre tizi in giacca.»
Marta guardò Luca, incapace di conciliare l’uomo dell’ufficio con quello che ora le stava davanti, senza cravatta e con le nocche aperte. Lui abbassò la voce. «Sanna sa che hai copiato qualcosa. Non sa dove. Ha mandato uomini da tuo fratello perché pensava fosse il tuo punto debole.»
«E tu come lo sapevi?»
Luca esitò. Quel silenzio fu una confessione peggiore di qualsiasi parola.
«Perché io sono il punto cieco del suo sistema,» disse infine. «Mi ha assunto per ripulire i conti prima della quotazione in borsa. Ho scoperto troppo tardi che “ripulire” significava bruciare le prove. Sto raccogliendo documenti da settimane.»
Marta sentì salire una rabbia calda. «Allora perché mi hai lasciata sola nel suo ufficio?»
«Perché se mi fossi schierato davanti a lui, saresti sparita prima di cena.»
Era una frase assurda, eppure in quella palestra buia suonava credibile. Elia scese dal ring e si frappose tra loro. «Io non capisco le vostre fatture, ma capisco gli incontri truccati. Se un uomo ti dice che il ring è sicuro, controlla sempre chi ha pagato l’arbitro.»
Marta estrasse la chiavetta. «Qui dentro c’è una fattura sbagliata.»
Luca scosse la testa. «No. Se è la stessa che ho visto io, è una porta. Dietro ci sono trasporti fantasma, diamanti non registrati e pagamenti a giudici, giornalisti, periti. Sanna sta costruendo un impero che sembra pulito perché brilla.»
Elia si asciugò il volto. «E noi cosa siamo? Testimoni o bersagli?»
La risposta arrivò dal cellulare di Marta. Un video anonimo: sua madre, in una casa di cura a Lecco, seduta vicino alla finestra. L’inquadratura tremava appena. Poi un messaggio: “Domani alle 9 consegna la chiavetta. Nessuna polizia. Nessun eroe.”
Marta barcollò. Luca le afferrò il braccio, ma lei si liberò. «Non mi toccare. Tutti voi avete un piano sulla mia pelle.»
Uscì sotto la pioggia, con la sensazione che Milano intera fosse una gabbia di vetro. Solo quando arrivò davanti alla metropolitana si accorse che la chiavetta nella sua mano non era più la sua. Elia, abbracciandola, l’aveva scambiata con una identica. Sul metallo c’era inciso un piccolo segno: due centesimi.